Ph Museum Days, Festival Internazionale di Fotografia – Dumbo, Bologna

Installazioni fotografiche, concettuali e progettuali da tutto il mondo in due soli fine settimana.

Foto: Flavia Montecchi

Esiste una comunità di artisti che dal 2012 lavora instancabilmente alla cura di una piattaforma multidisciplinare per raccogliere le pratiche della fotografia come linguaggio visivo contemporaneo: il Ph Museum.

Nato a Buenos Aires, il progetto ha oggi sede a Bologna, dove dal 2021 nelle ultime due settimane di settembre si svolge il Festival omonimo: il Ph Museum Days.

Fotografi e creativi da diverse parti del mondo applicano nel corso dell’anno ai programmi di educazione e open call che la community promuove e ad alcuni di loro viene data la possibilità di esporre i propri lavori all’interno del Festival.

Ogni anno il Ph Museum Days affronta un tema diverso e sempre incentrato sui quesiti attuali, che stimolano gli utenti ad approfondire aspetti sociali, di genere e di comunicazione. Se l’edizione dello scorso anno era incentrata sulla connessione tra passato, presente e futuro e su come il potere delle nostre azioni si inserisce nel tempo e quale traccia lascia, l’edizione appena conclusa si interroga sul modo in cui viviamo l’interferenza dell’era digitale nella nostra quotidianità.

“I don’t know how to respond to that” è il tema di questa edizione; solleva il dubbio che ci poniamo ogni giorno davanti all’incedere senza sosta della tecnologia e alla sua capacità di fagocitare il nostro linguaggio. Nello Spazio Bianco di Dumbo, Leonardo Magrelli allestisce una parete con quello che sembra essere un reportage sulla città di Los Angeles, ma a uno sguardo più attento le foto piene di pixel che ritraggono persone, paesaggi o macchine sono in realtà degli screenshoot di un videogioco: Grand Theft Auto V.

Magrelli le ha collezionate negli anni da diversi giocatori sparsi in tutto il mondo, le ha quindi poi elaborate e stampate, ponendo lo spettatore davanti al confine di un paesaggio verosimile.

© Leonardo Magrelli

Più avanti la grande installazione di Penelope Umbrico raccoglie foto di vecchi computer trovate su piattaforme di vendita online, accostate le une di fianco alle altre a formare un grande collage fotografico.
Su alcuni di questi schermi appaiono figure umane, immortalate nell’atto di fotografare il computer da vendere. L’effetto è straniante e interroga i fruitori sull’obsolescenza della tecnologia, oltre a ricordare come questi dispositivi siano contemporaneamente archivio sociale e culturale della nostra quotidianità, dei nostri ricordi e delle nostre vite.

La mostra prosegue con i lavori di Andy Sewell, tra le sponde dell’Atlantico e i luoghi limitrofi in cui passa gran parte della cablatura di Internet. La riflessione dell’artista è sul complesso intreccio tra tecnologia e vita quotidiana: “quanto sono permeabili i confini tra le cose? Quanto conosciamo e quanto rimane nascosto e alieno della realtà fisica che ci circonda? Quasi tutto ciò che facciamo online passa attraverso tubi stesi sul fondo del mare, che collegano un continente all’altro (…)”.

Questi sono solo alcuni degli artisti presentati e solo pochissimi dei tanti quesiti che il Ph Museum Days affronta e lascia aperti. Non ci resta che aspettare la prossima edizione e seguire il loro progetto sul web, oltre che durante l’anno: il Ph Museum Lab, sempre a Bologna, è uno spazio espositivo che propone brevi mostre temporanee di artisti emergenti, animando il dialogo della community tra offline e online. 

 

Ph Museum
Ph Museum Days
Ph Museum Lab: Via Paolo Fabbri 10/2a, Bologna

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