• Mondo del lavoro

Concept Designer

Oggi vogliamo parlarvi di una figura chiave nel mondo della creatività e del design: il Concept Designer.

Chi è esattamente un Concept Designer? Immaginate di avere un’idea brillante per un nuovo progetto, un videogioco, o magari un film. Il Concept Designer è la persona che prende questa idea e le dà forma, trasformandola da un semplice pensiero a un’immagine visiva. È l’artista che crea i disegni preliminari e i bozzetti, delineando l’aspetto e l’atmosfera di ciò che verrà realizzato.

Il lavoro di un Concept Designer è un mix perfetto tra creatività e tecnica. Deve avere un’ottima padronanza del disegno, sia a mano libera che digitale. Ma non basta essere bravi a disegnare: un Concept Designer deve anche saper ascoltare e interpretare le esigenze del progetto, collaborando con altri professionisti come sviluppatori, sceneggiatori e direttori artistici.

In poche parole, il Concept Designer è colui che crea l’identità visiva di un progetto; colui che trasforma un’idea astratta in qualcosa di tangibile.

Quindi, se avete un occhio attento per i dettagli, il lavoro di Concept Designer potrebbe essere la vostra strada. È una professione che richiede dedizione e talento, ma che offre la soddisfazione di vedere le proprie idee prendere vita.

E voi, avete mai pensato di intraprendere questa carriera?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Fiori che bontà!

Qualche anno fa durante un pranzo di lavoro, ricevemmo alcune insalate come contorno che avevano, oltre a misticanza e lattughino, anche dei fiori di tarassaco. Inutile chiedere al cameriere se fossero commestibili, perché erano proprio all’interno del nostro piatto e no, non era una composizione estetica.

All’epoca ci è sembrato molto strano, abbiamo comunque mangiato con gusto e curiosità per poi dimenticare la faccenda, fino a oggi.

In realtà esistono molti fiori commestibili e da molto tempo, usati anni fa per scopi diuretici o curativi. Alcuni di loro hanno anche diverse proprietà nutrienti e vista la fantasia culinaria della nostra dieta mediterranea negli ultimi anni, abbiamo approfittato della primavera per concentrare in questo spazio una serie di “chicche floreali” utili ai vostri pasti.

Violette, borragine e primule – insieme al tarassaco già citato – sono fiori spontanei: sì li puoi trovare senza coltivarli, ma no, non coglierli in parchi urbani, preferisci le zone vicino agli orti o meno contaminate possibili.

Puoi utilizzare i petali in un piatto di pasta fredda oppure in una spadellata di patate al forno, al posto del rosmarino: la loro presenza rallenta l’assorbimento degli amidi e regola la glicemia.

Nella frittata, insieme alle zucchine, i fiori aumentano l’assimilazione della vitamina E, mentre nelle insalate si consumano crudi come anche il nostro primo incontro con loro prevedeva, dandogli una sferzata di dolcezza o asprezza – a seconda della varietà.

Dentro brocche d’acqua al posto del limone, i petali aromatizzano in modo diverso bicchieri dissetanti; ma anche nei frullati o nei succhi: favoriscono la produzione dei minerali, moltiplicandoli e divenendo così fonte di benessere inaspettato.

Infine anche nelle torte: addio ai cari vecchi zuccherini fiorati anni ottanta, violette vere e proprie possono addolcire le superfici di ciambelloni al cioccolato, oltre a rafforzare le nostre difese immunitarie.

Certo, se siete persone allergiche ai pollini vi sconsigliamo questa dieta e ci scusiamo per l’invadenza. Non abbiamo però resistito all’ondata di colore che molti giardini offrono e abbiamo cercato di guardare al di là di un semplice vaso per abbellire le nostre tavole.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

La nuova risoluzione ONU

Lo avevamo promesso: in questo spazio avremmo parlato una volta al mese di celebri sigle che hanno costruito le relazioni politiche e sociali della storia recente.

Ad Aprile abbiamo affrontato la NATO, ora è la volta dell’ONU. Fondata nel 1945 alla fine della seconda guerra mondiale, è un’organizzazione intergovernativa a tutela del mantenimento della pace e della sicurezza mondiale. Prende il posto della Società delle Nazioni, organizzazione costituita alla fine della prima guerra mondiale e subito rimpiazzata, per essere potenziata.

I membri componenti dell’ONU sono da sempre governi di Stati, ad oggi se ne contano 193. L’Italia ne entra a far parte solo dieci anni dopo, nel 1955, più volte rifiutata dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti, per trattative diplomatiche e bilanci di potere durante la guerra fredda, ma anche per una scrupolosa analisi degli stati membri.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite oggi lavora per cercare vie diplomatiche non solo nei confronti di azioni belliche, ma anche culturali, razziali e sociali. È infatti del mese scorso l’approvazione di una risoluzione per combattere la discriminazione di genere contro le persone intersessuali.

È la prima volta che l’ONU si schiera definitivamente, affrontando questioni di questo tipo e in merito ai diritti umani.

“Le persone intersessuali nascono con un’ampia gamma di variazioni naturali nelle loro caratteristiche che non si adattano al sistema di genere binario, inclusa l’anatomia sessuale, gli organi riproduttivi o i modelli cromosomici. Secondo i dati ONU, fino all’1,7% della popolazione mondiale nasce con questi tratti.” (The Vision, 11/4/2024).

Cure ormonali e operazioni chirurgiche sono state fino a poco tempo fa attività diffuse su bambini e bambine intersessuali, con l’obiettivo di incasellare la loro sessualità in una categoria di genere “popolare” e socialmente riconosciuta. Senza il loro consenso. Con gli anni queste pratiche hanno causato danni irreversibili alla salute di chi li ha subiti e nel 2013 l’OMS ha condannato ufficialmente questo tipo di interventi.

“La recente risoluzione ONU lavora per garantire alle persone intersex il diritto di decidere sul proprio corpo” (NdR). L’essere umano ha urgenza di liberarsi da categorie culturali e politiche grazie all’evoluzione della medicina e della scienza, insieme con il progresso dell’intelletto e del libero pensiero.

Con questo articolo il nostro obiettivo è quello di essere parte di un cambiamento e di una consapevolezza, affrontando le cause di una discriminazione di genere legata a stereotipi culturali e cattiva informazione. Siete con noi?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Content creator

Negli ultimi anni abbiamo sentito molto parlare – anche se spesso in maniera poco lusinghiera – di una nuova professione del mondo digitale: il Content Creator. Sì, proprio quella figura che si occupa di creare contenuti interessanti e coinvolgenti per il web.

Ma cos’è esattamente un Content Creator? Immagina di essere responsabile della creazione di post sui social, articoli, video, o qualsiasi altro tipo di contenuto che catturi l’attenzione della gente. Non è sempre divertente e non è quasi mai facile. Essere un Content Creator richiede talento, creatività e anche un po’ di strategia. Devi conoscere il tuo pubblico, capire cosa ama e lo incuriosisce.

E sì, può essere una sfida, ma è anche incredibilmente gratificante. Immagina di vedere il tuo post viralizzare o ricevere un gran numero di commenti positivi. È una sensazione che non ha prezzo!

Ma attenzione, non pensare che possa bastare pubblicare foto carine su Instagram. Un buon Content Creator è anche un esperto di marketing. Deve saper utilizzare le giuste parole chiave, capire gli algoritmi dei social media e creare una strategia vincente per far crescere il proprio seguito.

Insomma, se sei appassionato di comunicazione, hai una mente creativa e ti piace stare al passo con le ultime tendenze digitali, la professione di Content Creator potrebbe essere proprio quello che fa per te. È un lavoro che ti permette di esprimere la tua creatività mentre fai carriera nel mondo del web.

E se fossi già un Content Creator e ancora non lo sapessi?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Centro storico dove sei

Ma che fine hanno fatto i nostri centri storici? Sicuramente vi è capitato di passeggiare per borghi medievali italiani, magari patrimoni UNESCO, e poterli ammirare in tutta la loro solitudine.

A fare da contorno alle bellezze culturali e architettoniche di piccoli comuni, ci sono saracinesche chiuse e locali bui, da cui spesso si intravede corrispondenza accumulata e sporcizia sulle vetrine. Il silenzio delle attività commerciali diverse da quelle di ristorazione è ormai noto, sia ai pochi residenti che ai turisti sempre affamati, nel senso letterale del termine. In dieci anni sono spariti in Italia oltre 111 mila negozi al dettaglio e 24 mila attività di commercio ambulante. (ndr)

Ma perché non vogliamo vivere tra viuzze acciottolate e campanili sonanti? Una volta ogni tot i media tornano a parlare dell’impoverimento dei centri storici come di una ferita sociale che neppure i Sindaci sembrano voler guarire. La verità è che la dieta mediterranea ha spopolato e non è solo una questione nutrizionale, si tratta – anche – di business.

La chiamano foodification, termine anglosassone che si plasma da “food gentrification” e dal suo opposto: “food deserts”, due concetti per raccontare luoghi in cui consumare cibo è molto facile o assolutamente impossibile. In Italia, ma anche in alcune capitali Europee, questo termine si lega a quello della gentrification, il processo secondo cui la popolazione si sposta verso le periferie, salvo poi andare a mangiare in centro, ormai disabitato.

Città come Venezia, Firenze, Roma e ora anche Bologna hanno allestito negli ultimi anni le loro piazze con dehor senza tempo: non c’è stagione che tenga, tutti vogliono mangiare fuori e contemporaneamente vivere la storicità culturale che li circonda. Se per alcuni “il turismo genera macerie”, per architetti o imprenditori è necessario un ripensamento dei centri storici che vada oltre il confine degli stessi: rivitalizzare i quartieri in generale, dando dignità a ogni via urbana.

Si tratta di recuperare locali sfitti, creare rete tra comuni e cittadini con i patti di collaborazione e dare un motivo che non sia solo gastronomico per restare. Ma se il cibo ha ormai cambiato le modalità di fruire alcuni spazi, non possiamo sottovalutare questa nuova morfologia: i ristoranti si aprono alla città e invadendo piazze e marciapiedi permettono un nuovo dialogo tra le persone, in cui il piatto servito, oltre a divenire un “piatto-logo” (Alice Giannitrapani su Domani) è una scusa per incontrarsi e creare comunità.

Non è forse davanti a un calice di vino in piedi che si parla dell’ultimo film visto al cinema? Certo, in molti casi è così. E se il cinema più vicino si trovasse in un altro quartiere? Non vogliamo farvi leggere da capo questo articolo, assecondando il detto del cane che si morde la coda, ma trovare un ragionamento alternativo:

a partire da questo nuovo modo di fare comunità, che poi è una convivialità contemporanea oltre che la realtà nuda e cruda, possiamo forse immaginare librerie aperte alla città, con tavolini sulle piazze dove poter leggere e consultare, come si fa con i bar? Diteci cosa ne pensate.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

La NATO

Ultimamente abbiamo sentito parlare di “ingresso nella NATO” e “risoluzione ONU”, frasi seguite da sigle storiche, necessarie alla narrazione dei negoziati mondiali in grado di manovrare le decisioni di potenze politiche.

Vista la scarsità di educazione civica che le scuole primarie e secondarie hanno impartito alle ultime due generazioni, abbiamo deciso di dedicare questo spazio ad alcuni acronimi, come fossimo un dizionario.

Nel frattempo dovete sapere che solo dal 2020 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha ragionato sulla materia “Educazione Civica”, dandogli una nuova opportunità nelle cattedre italiane e rinnovandola come “disciplina trasversale, che interessa tutti i gradi scolastici, a partire dalla scuola dell’Infanzia fino alla scuola secondaria di II grado. L’insegnamento ruota intorno a tre nuclei tematici principali: Costituzione, diritto (nazionale e internazionale), legalità e solidarietà; Sviluppo Sostenibile, educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio e Cittadinanza Digitale”.

Nella speranza che gli studenti di oggi siano sempre più consapevoli, iniziamo un rapido ripasso per i Millennials e la Gen Z. Lo facciamo perché di neologismi è pieno il mondo, anche in questa sede ne abbiamo affrontati alcuni molto recenti, ogni tanto però è utile recuperare termini che sono fondamentali per comprendere movimenti storici e decisioni civili. Perdonateci se potremmo annoiarvi, pensiamo di rivolgerci a chi ha qualche dubbio e non osa chiedere. Iniziamo!

NATO:

L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (in inglese: North Atlantic Treaty Organization, in sigla NATO; in francese: Organisation du Traité de l’Atlantique Nord, in sigla OTAN) è un’alleanza militare internazionale costituita in occasione del Patto Atlantico nel 1949 ed è attualmente composta da 32 Stati membri.

La NATO è un’alleanza preposta alla cooperazione politica ed economica tra questi Stati, e serve ad aprire consultazioni multilaterali in materia di sicurezza degli stessi, oltre che a garantirne la difesa collettiva. Questo vuol dire che “i membri sono impegnati a considerare un attacco contro uno di essi come un attacco contro tutti”. (Treccani, ndr).

Tutti gli Stati membri hanno delle forze armate, ad eccezione dell’Islanda, che non ha un esercito (ma ha una guardia costiera ed una piccola unità di specialisti civili per le operazioni della NATO). Tre dei membri della NATO posseggono delle armi nucleari: Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America.

La NATO attualmente riconosce Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Ucraina come aspiranti membri, grazie alla sua politica di allargamento “Open Doors”; mentre gli ultimi due paesi ad aver firmato il protocollo di adesione sono la Finlandia nel 2023 e la Svezia nel 2024. Per una cronologia completa degli Stati membri, vi rimandiamo alla pagina di Wikipedia, qui.

Nel prossimo articolo parleremo dell’ONU, questa è una buona occasione per non perderci di vista e seguirci anche sulla pagina LinkedIn.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Green Event Manager

Il Green Event Manager si occupa di pianificare, organizzare e gestire eventi nel rispetto dell’ambiente.

Come fa? Sceglie location eco-friendly, preferibilmente con pannelli solari e giardini rigogliosi; niente palazzi grigi e brutti, solo posti che fanno bene agli occhi e alla terra.
Niente plastica usa e getta! Il nostro eroe opta per stoviglie compostabili e decorazioni fatte con materiali riciclati. E sì, anche i palloncini possono essere ecologici!

Il Green Event Manager combatte la battaglia contro gli sprechi. Ricicla, riutilizza e riduce al minimo i rifiuti. E se qualcuno butta una bottiglia di plastica nell’umido, scatta la sua mossa speciale: lo sguardo del disappunto.
Invece delle limousine, preferisce la bicicletta o il car sharing. Educa i partecipanti sull’importanza di fare la loro parte. Non solo con slide PowerPoint, ma anche con azioni concrete come piantare alberi o raccogliere rifiuti.

Perché è importante? Perché il nostro pianeta ha bisogno di più eventi che fanno bene. Eventi sostenibili dimostrano che possiamo divertirci senza impoverire il mondo.
Quindi, la prossima volta che avrai la necessità di organizzare un evento, dai una possibilità al Green Event Manager: non per seguire la moda, ma per fare davvero del bene a noi stessi e al pianeta.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Perché leggi le mie chat?

Oggi cominciamo il nostro articolo con un po’ di numeri, abbiate pazienza. Secondo l’ultimo rapporto di Save the Children dedicato alla violenza di genere di cui si è parlato il mese scorso, il 79% degli adolescenti pensa che le ragazze siano più predisposte a piangere dei ragazzi, mentre il 64% le reputa maggiormente in grado di esprimere le proprie emozioni e infine il 51% ritiene che le ragazze siano più inclini a sacrificarsi per il bene della relazione.

Un adolescente su tre concorda sul fatto che le donne possano contribuire a provocare una violenza sessuale con il modo di vestire e il 21% pensa che una ragazza, anche se è alterata da sostanze, sia comunque in grado di acconsentire o meno ad avere un rapporto sessuale, in teoria non consenziente.

Ma perché?

Questi numeri raccontano quanto ancora tra le giovani generazioni siano forti certi cliché culturali e stereotipi di genere, in contrasto a un nuovo modo di vivere il sesso molto più liberatorio e affascinante rispetto agli stessi cliché.

La compresenza di questi due atteggiamenti, li esaspera: il rapporto di coppia è oggi enfatizzato dal controllo sul partner che i social permettono; molti ragazzi e ragazze pensano che sia un loro diritto leggere messaggi e chat del compagno o della compagna, come anche di interferire nella scelta delle persone che l’uno o l’altra frequentano.

Di contro i rapporti sessuali sono sempre più promiscui, rapidi, affamati di una trasgressione quasi famelica, perché senza controllo. Non fraintendeteci: non siamo qui per mettere paletti, ma per cercare di capire al meglio come muoverci in una società veloce e in continua evoluzione come la nostra. Secondo la sociologa Chiara Saraceno durante un’intervista a Radio Tre, “è necessario lavorare sull’idea di un amore fondato sulla libertà, e non sulla fusionalità”, ma in alcuni contesti familiari la “fusione di coppia”, la mancanza di rispetto e la predominanza di uno dei partner viene messa in pratica proprio dagli stessi genitori.

La povertà di un’educazione emotiva e sentimentale, di cui spesso abbiamo parlato proprio in questo spazio (leggi anche La violenza come urgenza, Il mondo è sessista o Fe-meal e le questioni di genere) si è sommata negli anni a quella sessuale. In modo bigotto e forse ancora vittima della Democrazia Cristiana post bellica, la scuola ha spesso visto all’educazione sessuale come a un compendio di anatomia da cui studiare solo gli apparati riproduttivi senza considerare quelli relazionali, che sebbene non siano proprio apparati, sono comunque aspetti funzionali a qualsiasi tipo di incontro.

Purtroppo oggi il mezzo della scrittura è limitato: siamo sicuri che i giovani e le famiglie dei giovani ci stiano leggendo? Siamo sicuri che si informino tramite articoli e saggi? E quanto i social possono approfondire l’argomento senza annoiare, battendo il record dello spiegone in trenta secondi di reel?

Abbiamo bisogno che questa educazione diventi anche pratica, diventi attiva e che non sia rivolta solo ai ragazzi. Ma come? Con iniziative per ogni fascia di età: non solo nelle scuole, ma anche nelle aziende, dove lavorano genitori e adulti; nei consultori familiari, nei circoli sportivi; prima di un film al cinema o di un concerto. Se vogliamo conoscere i ragazzi, renderli consapevoli, bisogna prima che ci si concentri sugli adulti, quindi sui futuri genitori.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

La noia

Prima che la cumbia della noia si infilasse nella nostra testa, tra radio e feed social, ci stavamo attivando già da tempo per scrivere questo articolo.

Spinti da un vortice di predominanza maniacale sull’essere per apparire – anche solo digitalmente – ma consapevoli che è sempre meglio praticare la Jomo, ci siamo chiesti se effettivamente esiste del tempo in cui non solo siamo off line, ma non facciamo assolutamente nulla.

Scovando nella rete, sono diversi gli articoli che ne parlano e che già hanno affrontato il tema diversi anni fa, come questo interessante approfondimento di Sara Della Croce per La finestra sulla mente. La noia, se assecondata e ascoltata, è in realtà una importantissima fonte di creatività; si è inconsciamente più reattivi e desiderosi di mettersi in gioco dopo che ci si è annoiati. Il tempo trascorso e percepito come noioso, perché fatto di azioni poco stimolanti o ripetitive, lascia spazio a pensieri dalle antiche correlazioni, che si sentono liberi di agire in un contesto in cui non si richiede particolare energia.

Certo, questo avviene più facilmente se non cerchiamo di distrarci: quante volte da quando siete qui, avete guardato il cellulare? Avete già bevuto un secondo o un terzo caffé subito dopo il primo paragrafo? Non saremmo dispiaciuti, certamente. Abbiamo solo intuito che la nostra frenesia nell’assecondare ogni minimo stimolo raggiunge anche i ragazzi, bambini e bambine.

Spesso accade che anche loro abbiano bisogno di una vita programmata: “mamma, papà, e dopo che facciamo?”. Lasciare che i bambini si annoino è una necessità suggerita anche da alcuni psicoanalisti nei primi anni novanta e che aumenta con l’incedere delle inventive tecnologiche, che siano ludiche o digitali.

La noia dei bambini, come quella degli adulti, stimola la sua risoluzione nella scoperta di una “sfera creativa di sopravvivenza”; ha a che fare con il conoscere sé stessi, trovare un rimedio al momento di stallo, ascoltando cosa si potrebbe fare per stare meglio.

Un gioco molto interessante condiviso dalla psicologa inglese Lyn Fry su un articolo dell’Huff Post di qualche anno fa, è questo: invitiamo i bambini e le bambine a stilare una lista di cose che desiderano fare, la useremo quando ci diranno che sono annoiati, esortandoli a metterla in pratica.

Secondo noi è una buona tecnica, potremmo sperimentarla anche tra gli adulti durante i lunghissimi pranzi di matrimonio o in ufficio dopo aver chiuso tutte le task. Non trovate?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

AI Marketing Manager

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale (AI) ha rivoluzionato il mondo del marketing.
Grazie all’AI, le aziende oggi possono offrire più velocemente contenuti personalizzati in base alle preferenze di ciascun cliente. L’AI semplifica processi come l’automazione delle risposte ai clienti o la gestione delle campagne pubblicitarie; prevede comportamenti futuri dei clienti, consentendo strategie mirate.
Al centro di questo nuovo modo di lavorare si trova l’AI Marketing Manager, una figura chiave che fonde creatività, dati e tecnologia per guidare strategie di successo.

L’AI Marketing Manager è un professionista esperto che coniuga conoscenze di marketing tradizionale con competenze nell’ambito dell’intelligenza artificiale.
La sua missione? Sfruttare l’AI per migliorare l’esperienza del cliente, ottimizzare le campagne pubblicitarie e aumentare la redditività.

L’AI Marketing Manager deve padroneggiare i concetti fondamentali dell’intelligenza artificiale. Dalla machine learning all’elaborazione del linguaggio naturale, deve essere in grado di applicare queste conoscenze al marketing.

L’AI genera enormi quantità di dati. L’AI Marketing Manager deve saper interpretare queste informazioni per identificare tendenze, segmentare il pubblico e personalizzare le strategie.
Nonostante l’approccio basato sui dati, la creatività rimane essenziale. L’AI Marketing Manager deve trovare il giusto equilibrio tra analisi e intuizione. Egli lavora a stretto contatto con team di sviluppatori, analisti e creativi. La capacità di collaborare è fondamentale!

L’AI Marketing Manager è un ponte tra creatività e tecnologia e guida le aziende verso un futuro di successo nell’era digitale.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Non mi interessi

“La costante connessione e quindi la costante distrazione contribuiscono a far sentire le persone sempre più infelici”. Queste parole sono di una scienziata del comportamento americana, riportate su vanityfair.it per un articolo del 2018 che parla della JOMO, Joy Of Missing Out.

Da quell’anno in poi e quasi ogni anno, diverse testate si sono occupate del tema, spesso parlando anche del suo contrario, ossia della FOMO, Fear Of Missing Out. Anche noi lo abbiamo fatto qualche post fa.

La Jomo, termine coniato già nel 2012, sta tornando in auge probabilmente seguita dai classici buoni propositi di inizio anno. E non solo. Ci siamo soffermati sul tema perché ci siamo accorti che, parallelamente allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e delle sue altissime potenzialità, molti di noi continuano a cercare rifugio in spazi tangibili e silenziosi, dove poter “staccare la spina”.

Ma cosa vuol dire esattamente, in un’era digitale come la nostra?

La gioia dell’essere disconnessi risiede nella capacità di saper bilanciare il tempo trascorso online da quello off line, di saper accogliere in modo equilibrato i contenuti che le modalità di fruizione social impongono, senza per forza permettere che foto o informazioni istantanee ed estemporanee alterino la nostra realtà e ci distraggano da un momento spensierato e personale: quello di dedicare il proprio tempo libero a uno smartphone.

Perché dobbiamo ammetterlo: usiamo spessissimo il nostro cellulare; abbiamo scaricato app di meditazione e musicali, ascoltiamo podcast, usiamo le chat. L’inno a essere disconnessi non vuol dire chiudere lo smartphone in un cassetto, ma saperlo utilizzare in modo “ordinato” o quanto meno provarci.

Spesso è lo stesso smartphone che lo suggerisce, con il tool del controllo temporale che monitora il tempo trascorso su social come Instagram o Facebook, o anche grazie alla funzione “Non disturbare”, per cui risultiamo essere raggiungibili, ma senza ricevere notifiche fino a quando non si disattiva l’opzione. Insomma, prima facciamo di tutto per inventarci come passare il tempo (e monetizzarlo) e poi cerchiamo di sottrarci da questo tutto, in modo saggio e sostenibile.

Amiamo le contraddizioni di noi esseri umani e vi facciamo questa domanda: quanto tempo riuscite a resistere senza aprire un qualsiasi social network? Sinceri, mi raccomando.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

M come Malessere

Arriva sempre il momento di fare i conti con i vocaboli dei giovani. Slang, gerghi, storpiature in trend, rivisitazioni contemporanee di dialetti. Si rischia comunque che un boomer sia cringe se chiama amo sua nipote (anche se a noi sembra una cosa dolcissima).

Secondo Vera Gheno, linguista, saggista e attivista italiana, il distacco tra norma e linguaggi giovanili è necessario. Lo spiega bene durante una puntata del podcast “Amare Parole”, quando afferma che per i giovani è importante marcare la lontananza dai grandi, creando una lingua a sé; per riconoscersi tra simili e uscire dalla gerarchia familiare o scolastica che prevede il binomio adulto-giovane.

Per questo alcune parole hanno una forte componente gergale, risuonano quasi come “parole d’ordine” per poter accedere a quel mondo di abbreviazioni e sonorità tutte nuove e sempre, ma sempre così attuali.

Ma attuali in che senso?

Nel senso che se anche non ci sembra di capirle proprio al volo, ne cogliamo una familiarità, risuonano nel nostro quotidiano e più ci capita di sentirle, più sono contagiose. Un po’ come un abito di moda che non avreste mai pensato di indossare.

In questo articolo però ci concentriamo sulla parola “Malessere”, che il vocabolario della Treccani descrive in questo modo:

malèssere (meno com. ‘mal èssere’) s. m. – Stato di vaga sofferenza e di leggera indisposizione fisica, che, per la sua stessa natura, per il sopraggiungere improvviso e privo di una causa apparente, provoca in genere un senso di prostrazione e di inquietudine interna: avere, sentire, avvertire, accusare un m., un lieve m., un inspiegabile m.; essere in preda a uno strano m. (…)”

Quindi per una ragazza di ventitré anni un malessere è l’amico del cugino con cui chattava da un po’ ma che poi lo scorso fine settimana, quando sarebbero dovuti uscire, l’ha ghostata. Oppure, in senso ironico, si può anche decidere di essere il malessere di qualcun’altro: POV di una ventisettenne: “Ci siamo visti praticamente subito e a lui piacevo un sacco, ma alla fine gli ho detto: no, guarda non sei il mio tipo”.

Il malessere, in senso ironico o meno, è comunque uno stato di disagio e indisposizione, come scrive la Treccani. Il fatto che sia trattato in modo gergale, quindi colloquiale e all’ordine del giorno, potrebbe sminuire la concezione intima che abbiamo della sofferenza. Come se soffrire di meno significasse fare meno errori per stare bene sempre, senza permetterci sbagli. Il mondo dei social è il regno della happiness e dell’apparenza insieme, ne abbiamo parlato diverse volte e in vari contesti. La politica del “like” racchiude in pieno questo concetto: costringe gli utenti a farsi piacere qualsiasi notizia, anche la più orribile, pur di permettergli di lasciare traccia di sé; per permettergli di interagire con quella notizia.

Accogliamo il malessere dei ragazzi e cerchiamo di andare oltre il loro gergo; cerchiamo di ascoltarlo e riprodurlo, senza però fargli perdere credibilità. Insomma, è sbagliando che si impara, no?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

E-Commerce specialist

Guidato da una passione intrinseca per il digitale, l’E-Commerce Specialist è dedicato a creare connessioni online e a migliorare l’esperienza di acquisto attraverso strategie innovative.

In un mondo in continua evoluzione, questo professionista lavora incessantemente per ottimizzare l’esperienza utente, implementare strategie di marketing avanzate e anticipare le esigenze in rapida evoluzione dei consumatori.

Il toolkit dell’E-Commerce Specialist è ricco e variegato. Dalle piattaforme di e-commerce come Shopify, PrestaShop e Magento, fino all’utilizzo di analisi dei dati e strumenti SEO, questo professionista è abile nell’utilizzo di strumenti tecnologici avanzati.

L’e-commerce non ha confini geografici. Collaborando con team in tutto il mondo, questo esperto affronta sfide culturali e linguistiche, creando connessioni che superano ogni barriera. La diversità è la chiave del successo.

La gratificazione per l’E-Commerce Specialist arriva attraverso i risultati tangibili. Aumento delle vendite, fidelizzazione dei clienti e la creazione di un marchio online riconosciuto sono i trofei guadagnati attraverso la dedizione e le competenze di questo professionista.

Essere un E-Commerce Specialist è abbracciare una sfida entusiasmante ogni giorno. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di adattarsi e innovare è la chiave del successo.

Se ami il digitale, sei orientato ai risultati e hai una passione per la connessione globale, l’e-commerce potrebbe essere la tua strada.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Il mondo è sessista

A partire dall’omicidio di Giulia Cecchettin e con la ricorrenza del 25 novembre dello scorso anno, la violenza sulle donne ha subito una svolta, passando dall’essere ritenuta quasi un fatto “mainstream” all’essere finalmente diventata un fatto politico. Certo, abbiamo dovuto contare innumerevoli morte per poter tirare queste somme e c’è voluta l’inaspettata presa di posizione di una sorella maggiore, Elena Cecchettin.

Ma quello su cui ci siamo soffermati e che resta un grande dilemma è come si arriva a tale violenza, soprattutto fra i più giovani. Il focus sui testi delle canzoni è stato un bel tema, che negli ultimi mesi ha tenuto impegnati rapper vecchi e nuovi, critici musicali, produttori: quanto influiscono i brani di cantanti famosi sulle azioni di ragazzi e ragazze?

Non è solo una questione italiana e non è solo legata ai testi in sé per sé: le canzoni raccontano un modo di vedere il mondo che di fatto continua a essere sessista, “i femminicidi sono la punta dell’iceberg di violenze e sopraffazioni che colpiscono milioni di donne di qualsiasi classe sociale e ovunque nel mondo, che ognuna conosce e teme da quando è nata. (…) La violenza serve a ristabilire la gerarchia, che qualche donna ha pensato di mettere in discussione, è l’espressione di un sistema di potere millenario in crisi, ma che è ancora ben radicato nei comportamenti quotidiani.” (Annalisa Camilli, L’Essenziale, 2023)

Non è credibile incolpare Massimo Pericolo perché in una sua canzone parla male di una donna che lo uso solo a letto o Sfera Ebbasta perché è possessivo nei confronti della sua ragazza. Il problema è come questi testi vengono interpretati e fatti propri, quale educazione al consumo culturale è stata messa in pratica. Nessuna. Il problema è sempre lo stesso: non esiste educazione, non esiste prevenzione.

“Solo un lavoro culturale che contrasti le consuetudini e i modelli di violenza contro le donne e le ragazze può quindi invertire la rotta”, sostiene il rapporto di ActionAid dell’ultimo anno. Ma l’attuale governo nel 2023 ha diminuito del 70 per cento i fondi stanziati per la prevenzione della violenza di genere: si è passati dagli oltre diciassette milioni di euro del 2022 ai cinque milioni dello scorso anno. 

Il lavoro è lungo, ma è per questo che ne parliamo e continueremo a farlo.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Archivio Digitale del Disegno Infantile

Le primissime forme d’arte che studiamo a scuola da quando siamo piccoli, sono quelle relative ai nostri antenati: segni incisi sulle caverne e sulle rocce, forme che raffigurano animali, esseri viventi o demoni, oggetti. L’uomo della pietra non era però già un artista, la sua era infatti una primissima forma di comunicazione.

Anche il professor Stefano Calabrese, Docente di semiotica all’Università di Modena e Reggio Emilia, la pensa così; soprattutto quando i segni in questione sono quelli dei bambini: “il disegno costituisce la prima vera grammatica della comunicazione. Attraverso le aree cerebrali visive i bambini apprendono l’alfabeto della realtà e iniziano ad attribuire significato.”

E se i così detti scarabocchi non fossero solo dei segni pasticciati, ma racchiudessero un mondo diverso agli occhi degli adulti e il primo modo di vedere il mondo ai loro occhi? E se dietro ogni riga, puntino, puntone, ci fosse molto di più di una semplicistica interpretazione della loro realtà?
Calabrese continua: “le attività grafiche si presentano come imprescindibili strumenti conoscitivi, cognitivi, espressivi e comunicativi sin dai primi mesi di vita”.

Per questo lo scorso autunno è nato il primo Archivio Digitale del Disegno Infantile, inaugurato durante il Learning More Festival a Palazzo Baroni di Reggio Emilia. L’Archivio è online e di libero accesso, ospitato dalla piattaforma interattiva Lodovico, a questo link: lodovico.medialibrary.it
Contiene una “banca dati di narrazioni visive” prodotte da bambini e bambine dai 0 ai 14, si tratta di disegni classificati per genere ed età e nominati da un titolo ipoteticamente rappresentativo del soggetto disegnato.

Importante fonte di evoluzione del linguaggio e della comunicazione visiva, l’Archivio permette di conoscere le singole generazioni e con il tempo metterle a confronto, a partire proprio dalle prime esperienze visive dei bambini, “mettendo in luce sia cambiamenti culturali che sviluppi cognitivi”.

Cominciare da loro, porre attenzione su come si esprimono è un piccolo passo avanti verso quella educazione emotiva di cui abbiamo parlato in molti modi e per diverse occasioni. Prima di educare, bisogna conoscere e questo è un interessantissimo punto di vista, nonché di partenza.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Logistics administrator

Oggi vogliamo condividere con voi il magico mondo del “Logistics Administrator“, il vero elfo dietro la consegna impeccabile dei regali di Babbo Natale. Immaginate un team di elfi operativi e iper-organizzati, ebbene, il Logistics Administrator è il capo indiscusso di questo incredibile gruppo.

Il ruolo del Logistics Administrator è il cuore pulsante della logistica moderna, un elemento chiave che non si è fatto spaventare dalla trasformazione digitale del settore. Come Babbo Natale dipende dagli elfi per preparare e consegnare i regali, così le aziende dipendono dai Logistics Administrator per gestire e pianificare con maestria i vari processi logistici.

Questo moderno elfo aziendale si occupa di monitorare con attenzione ogni singolo ordine, proprio come Babbo Natale tiene traccia di ogni desiderio nei suoi elenchi. L’accuratezza è la loro virtù principale, garantendo che ogni pacchetto raggiunga la sua destinazione in tempo per le festività.

Dal coordinamento delle spedizioni alla gestione dei fornitori, è proprio il Logistic Administrator a tenere insieme ogni dettaglio per garantire che la magia delle consegne avvenga senza intoppi.

Quindi, la prossima volta che Babbo Natale vi consegna un regalo amorevolmente confezionato, ricordatevi di ringraziare il Logistics Administrator e i suoi elfi aziendali per il loro straordinario lavoro dietro le quinte.

Che le vostre festività siano piene di magia logistica!

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Now and then

I know it’s true
It’s all because of you
And if I make it through
It’s all because of you

[Coro]
And now and then (Ah-ah)
If we must start again (Ah-ah)
Well, we will know for sure
That I love you

(…)

 

L’avrete sicuramente riconosciuta. Si tratta della prima strofa e del primo coro dell’ultima canzone dei The Beatles, uscita lo scorso mese e in cima alle classifiche inglesi dall’esordio.

“Sentire di nuovo armonizzare la voce di John Lennon e quella di Paul McCartney è sembrato un piccolo miracolo”, Giovanni Ansaldo ne parla da subito su Internazionale ed effettivamente quando è uscita la notizia non ci sembrava vero. Il brano deriva originariamente da un demo casalinga di Lennon del 1978: voce e piano, si presume dedicata a Yoko Ono.

Quando il pezzo è stato presentato non sembrava convincere, ma oggi, grazie alla tecnologia digitale dell’AI, è stato possibile separare la voce dal pianoforte per recuperarla. Il brano era in realtà in mano a McCartney, Starr e Harrison già dagli anni ‘90, la chitarra è infatti è di George. Ma neppure all’epoca i risultati erano soddisfacenti e il progetto venne abbandonato.

Rispetto alla presenza della tecnologia salvifica, non fraintendete: la voce è quella originale di Lennon e non è stata riprodotta dall’Intelligenza Artificiale, ma solo “scorporata”.

Tuttavia convivono pareri discordanti in merito alla resa: c’è chi pensa che la sua voce sembri metallica, straniante; chi invece ne sottolinea la riconoscibilità e non nota alcuna differenza. Resta che insieme a questo nuovo lavoro discografico, definito da molti di “archeologia musicale”, si sono poi mossi anche Peter Jackson con la regia del videoclip e il corto di Oliver Murray che in 12 minuti racconta tutta la storia del brano.

Ma alla fine, a livello artistico, questa canzone è bella o no?

Torniamo sulle parole di Ansaldo che condividiamo e ci hanno permesso di scoprire le carte in tavola: “è giusto inquadrare meglio “Now and then” per quello che è: un’operazione nostalgia ben confezionata, fatta a partire da un materiale sicuramente prezioso, ma non eccelso.” E voi da che parte state?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Libera gli alberi

Il mese scorso è stato approvato un emendamento che elimina il doppio vincolo paesaggistico previsto per alcune aree boschive italiane. Si trova all’interno del decreto “Asset 2023” ed è solo uno dei tanti punti affrontati. Alcune testate, in coda all’approvazione, neppure lo nominano. Cosa prevede questo emendamento e cosa vuol dire? 

In sostanza si acconsente a tagliare più alberi per incrementare la filiera del legno e per evitare l’importazione di pellet e biomassa legnosa da altri Paesi.

“Ma il problema è che nel nostro Paese se ne brucia troppa”, ha spiegato Valentina Venturi, portavoce del GUFI – Gruppo Unitario per le foreste italiane a Il Fatto Quotidiano nei giorni scorsi. “Ogni anno, nelle nostre case, se ne bruciano dai 3 ai 4 milioni di tonnellate, ma circa il 90% viene importato (…); proprio grazie al doppio vincolo la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Siena, nel 2020, riuscì a fermare i progetti di taglio boschivo sul Monte Amiata”.

Quali sono dunque i rischi e i benefici di questa decisione? Nelle nostre pagine social abbiamo parlato spesso dell’importanza della convivenza uomo-natura, soprattutto del rispetto che questa convivenza prescinde. 

L’articolo 142 del Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004 tutela per legge quelle aree che in virtù di certe caratteristiche sono soggette al vincolo paesaggistico (exibart.it). Con questo decreto viene meno non solo la tutela, ma anche la garanzia di una biodiversità naturale, che contraddistingue i nostri paesaggi e la loro salvaguardia.

E come la mettiamo con il made in Italy? Siamo fieri delle nostre produzioni e del territorio che le rende possibili, ma se non ci sono vincoli, come possiamo lavorare bene nel rispetto di tutti questi processi?

La risposta è unica e non comprende solo questo settore, sollecita molte altre questioni che si infossano nell’annosa burocrazia italiana: il controllo. Un organo di controllo predisposto alla tutela nonostante l’eliminazione del doppio vincolo, potrebbe funzionare da ago della bilancia. 

Un organo di controllo che osservi il comportamento di norme ambivalenti e contraddittorie. Potrebbe essere una nuova job title per riempire la nostra rubrica mensile. E voi, che ne pensate?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

#girlmath

“Se compro un vestito in negozio e poi torno indietro per cambiarlo con un secondo, questo è gratis. Se uso i soldi contanti per un acquisto è come se l’avessi fatto gratis, perché il mio account bancario non è cambiato di un centesimo. Se compro un biglietto per un concerto nel futuro, quando arriva quel momento, il concerto è gratis.”

Constatazioni ironiche di come vengono percepite alcune azioni di acquisto. E indovinate da parte di chi? Delle donne.
Il trend dall’hashtag “Girl Math” ha raggiunto su Tik Tok 36 milioni di visualizzazioni i mesi scorsi e racconta di come giustificare acquisti inutili, soprattutto quelli online. Molti di questi finalizzati da impulsi “al primo click”, altri volti ad accumulare prodotti nel carrello fino alla soglia minima per ottenere la spedizione gratuita.

Il termine è nato durante una trasmissione radiofonica neozelandese, dalla riflessione dell’economista Brad Olsen che ammortizzava il valore economico di un vestito sulla base del suo utilizzo nel tempo: ogni dollaro che costa coincide con i giorni in cui lo si indossa, fino a quando non diventi gratuito.

Fenomeno virale soprattutto all’estero, il #girlmath ha assunto una connotazione ambigua; può infatti essere percepito come ennesimo atteggiamento maschilista che vede la donna poco pratica nel fare i conti e più incline a sperperare i soldi, oppure – da un insolito punto di vista – riguarda l’emancipazione economica: se è la donna a spendere i soldi è perché prima di tutto li guadagna.

I video sono effettivamente comici e hanno spesso protagoniste femminili che ironizzano su amiche o loro stesse, per supportare la causa del Girl Math. Ma quanto di vero c’è dietro questo trend? Quante volte ci è capitato di entrare in quelle catene di negozi “tutto a 1 €” con l’idea di risparmiare, per uscire con uno scontrino folle e oggetti di plastica colorata?

Qui non c’entra l’uomo o la donna, ma il consumismo e quanto sia pericoloso cadere nella tentazione di attribuire atteggiamenti di consumo a pratiche di genere.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

HR specialist

Se c’è una figura magica in azienda, è sicuramente l’HR Specialist! ✨

Lo Specialista delle Risorse Umane scova candidati unici come diamanti grezzi, dando vita alle squadre più brillanti. Attraverso la revisione accurata di curricula e mediante interviste approfondite, si assicura di identificare talenti con le competenze e la cultura aziendale necessarie.

Collabora con i manager per stabilire obiettivi chiari, fornendo feedback costruttivi e identificando opportunità di sviluppo professionale.

Conosce ogni regola aziendale come il palmo della sua mano. Dalla gestione delle ferie alla conformità normativa, l’HR Specialist si assicura che l’azienda operi in modo etico e conforme alle leggi del lavoro. Con la crescente attenzione sull’importanza dei dati, l’HR Specialist gestisce in modo sicuro e responsabile le informazioni dei dipendenti, garantendo la conformità alle normative sulla privacy e la sicurezza delle informazioni.

È lo psicologo dell’ufficio! Ci sono momenti di tensione? L’HR Specialist assume il ruolo di mediatore in situazioni di conflitto, assicurando un ambiente di lavoro collaborativo e rispettoso. Guru della formazione, è anche insegnante di vita aziendale: organizza corsi, workshop e programmi per far sbocciare (o sbloccare) il potenziale dei dipendenti.

l’HR Specialist è il baluardo a sostegno della salute e la vitalità di un’organizzazione. Attraverso competenze approfondite e una comprensione globale delle dinamiche umane, questo professionista svolge un ruolo centrale nell’assicurare all’azienda un successo duraturo.

Dite la verità: vi è venuta voglia di assumerne uno?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Ludopatia di challenge

Lo scorso mese al calciatore della Juventus Nicolò Fagioli sono stati sequestrati tutti i suoi dispositivi con l’accusa di aver scommesso su partite di calcio illegali. Dopo aver ammesso tutto, Fagioli ha fatto i nomi di altri due giocatori: Sandro Tonali del Newcastle e Nicolò Zaniolo dell’Aston, complici quanto lui.

La notizia ha rinfrescato lo scandalo degli anni ‘80 legato al nome di “Calcioscommesse” e puntato i riflettori su l’inefficacia del “Decreto Dignità” del 2018, articolo 9, che vieta la pubblicità del gioco d’azzardo nelle manifestazioni sportive e culturali.

La caratteristica di questa legge è la sua totale contraddizione: viene aggirata di continuo, lasciando credere che la divulgazione di marchi legati al gioco del lotto siano di carattere informativo. Ma perché questo avviene?

Secondo i dati dell’industria del gaming elaborati da Agipronews, nel 2022 lo Stato ha riscosso circa 10,3 miliardi di euro, a fronte di una spesa da parte degli italiani di circa 20 miliardi di euro (fonte: ilsole24ore.com, Gennaio 2023).

Il prezzo però non è da valutare in termini solo economici, ma anche patologici: la ludopatia è una dipendenza che deriva dall’eccesso di gioco d’azzardo e riguarda circa 1,5 milioni di Italiani secondo l’ultima indagine disponibile, quella del 2018 svolta dall’Istituto superiore di sanità (fonte: wired.it, Ottobre 2023).

Per il sociologo Maurizio Fiasco l’aggravarsi della dipendenza è dovuta al fattore tecnologico: se prima si scommetteva sull’esito di una partita, oggi si scommette – “on-live” – sull’esito di un fallo o di un rigore. La possibilità di frammentare i momenti di gioco in piccoli eventi circoscritti e quindi investirli di un potenziale di riuscita che si esaurirà in un raggio di tempo molto veloce, amplifica il senso di vittoria come di frustrazione.

Il risultato finale è così immediato che non si fa in tempo a quantificare l’effort dell’atto di scommettere, praticamente nullo. Come se non si avesse la percezione del circolo vizioso in cui ci si trova.

La brevità dei momenti che il web permette di fruire, amplifica la dipendenza a volerne fruire, che sia il gioco del calcio o una challenge dell’ultimo trend. Siamo partiti dallo scandalo calcistico per arrivare a toccare una questione forse più generalista, ma che riguarda tutti: quanto ancora possiamo permettere alla tecnologia di estraniarci? E quanto al gioco d’azzardo di circolare senza controllo, nonostante un controllo su carta dovrebbe esistere? Domande aperte.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Noi, lupi mannari

L’originale progetto del collettivo artistico Mali Weil invita a un ri-posizionamento dell’umano, come parte di un più ampio quadro relazionale:

“Divenendo diplomatiche e diplomatici, non dovete immaginarvi di divenire ambasciatori dell’Accordo tra tutti gli esseri. Ho avuto studenti che arrivavano convinti che fosse loro compito preparare il giorno in cui il lupo dormirà con l’agnello. 

Niente di più lontano dalla diplomazia, dalla postura del licantropo. Diplomazia significa accettare che il luogo della parola, del negoziare sia lo stesso luogo della divorazione reciproca.

Ci sono di mezzo bocca, denti, lingua e la violenta precipitazione a mordere e a inghiottire, a mandare giù l’Altro e a essere morsi, inghiottiti, mandati giù. Divina et Devorator, Divina e che tu sia Divorato, il motto della scuola, non è in questo caso un modo di dire, è ciò che ci è richiesto nel riposizionarci come anthropos nella comunità vivente con cui coabitiamo”.
Questo virgolettato è un estratto dal discorso di Holda K. Rebane del 2022, per l’inaugurazione della Scuola di Diplomazie Interspecie e Studi Licantropici della Centrale Fies in Trentino, di cui è direttrice. 

La parola licantropo deriva dal greco: lùkos «lupo» e antropos «uomo» e racconta di una figura carica di significati, un essere bestia, metà lupo e metà uomo, che a seconda delle culture può essere temuto, venerato, invocato. 

Nel discorso di Holda si fa strada un’attualità sconcertante, se lo si legge da un punto di vista bellico: una bocca che morde, che attacca e sbraita; che gestisce la violenza in modo famelico ma che contemporaneamente può fare tutto il suo opposto, per dare voce al linguaggio e alla diplomazia. Non ci sono parole per quello che sta succedendo in questo lungo periodo storico: da Buča fino a Gaza impossibile descrivere le disumanità commesse.

La Scuola di Diplomazie Interspecie e Studi Licantropici affronta diversi percorsi di formazione, per fornire “competenze utili alle professioni della diplomazia interspecifica”. Certo, la scuola opera come istituto avanzato di ricerca, ma se l’educazione è un fondamento della nostra attitudine alla vita, perché non partire proprio da questo spazio, sfruttando il campo didattico alternativo in cui opera?

Perché “formarsi alla diplomazia interspecie e alla licantropia significa affinare competenze diverse per muoversi con abilità in tutti i futuri contesti internazionali e interspecifici delle politiche, delle scienze e delle culture delle alterità oltre umane” (Muse e Centrale Fies)

Approfondire questa ricerca, vuol dire aprirsi a tutte le relazioni possibili e le commistioni impensabili mai esistite. Vuol dire trovare strumenti alternativi per affrontare il presente e insieme comprendere – per contrastare – l’altra faccia dell’indole umana, quella disumana.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Innovation specialist

Supporta operativamente il team aziendale nello sviluppo di nuovi prodotti e di tutto ciò che concerne l’innovazione in generale.

Lavora chiudendo task che recitano lo scouting e il desk research, porta avanti analisi di mercato su trend e tecnologie, ma è bene abbia anche nozioni legali, per potersi accertare di normative legate al mondo dell’efficienza, specialmente energetica con focus sulla sostenibilità ambientale.

Lato operativo è in grado di sviluppare documentazione di progetto post analisi e di  supportare il project management con brief interni ad hoc.

L’azienda tende a nutrire una grande fiducia nell’Innovation Specialist, gli viene infatti chiesto di collaborare nella ricerca e selezione di partner idonei, per mettere in piedi collaborazioni tecniche e commerciali su prodotti e servizi all’altezza dell’innovazione guidata.

Di solito l’Innovation Specialist ha un carattere docile, assertivo e contemporaneamente consapevole: conosce perfettamente ogni tappa del suo percorso di ascensione all’innovazione e sicuramente può lavorare in autonomia. Lo smart working per periodi cadenzati e su ogni progetto è di solito considerato necessario; lavora con il gruppo ma ha bisogno di momenti di solitudine per approfondire ricerca e sviluppo.

Conosce molte lingue, soprattutto quella inglese, e quando lavora in team è quasi scontato abbia un’efficacia relazionale e comunicativa, sia in fase di input che di output.

Come tutte le figure “specialist” è un problem solver e orienta tutti i suoi sforzi al fine di ottenere un risultato dignitoso, se non eccellente. È una persona curiosa, intraprendente e contemporaneamente propositiva.

Tutti gli vogliono poi sempre un gran bene e lo trattano con estrema deferenza. Ha studi economici alle spalle, ma almeno un master in innovazione digitale e sostenibilità. Ha migliori amici nell’HR di altre aziende e gode di stima sociale oltre che umana.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Shh!

Esiste un canale su youtube che si chiama “Suoni Naturali”; ha aperto nel 2015 e ha 130.000 iscritti, più di 500 video caricati e una media di 37.181.980 visualizzazioni ad oggi. 

I video sono per lo più di paesaggi naturali a telecamera fissa, appostata al riparo dalla pioggia, l’unica vera protagonista di ore di girato. I titoli di questi video infatti variano da “Suoni di Pioggia sul tetto” a “Suoni di Pioggia nella foresta” fino al “Potente temporale notturno”, tutti con vari scopo: dormire profondamente, in cinque minuti, o in vista di un sonno tranquillo. Tra i video caricati c’è una sezione “live” dove è possibile assistere dal vivo o in streaming con qualche minuto di differita, ad alcune precipitazioni in diverse parti del mondo.

Anche Spotify ha nella sua libreria una selezione di playlist dedicate a questo tipo di suoni, in cui la pioggia si alterna al rumore delle onde o del phon e tutti hanno lo stesso identico scopo: il rilassamento. Secondo un articolo uscito per l’Internazionale, da Gennaio di quest’anno l’ascolto di questi contenuti proposti dalla piattaforma, sarebbe arrivato a tre milioni di ore al giorno. 

Il cosiddetto rumore bianco – o white noise – è caratterizzato dall’insieme di tutti i toni possibili nello spettro sonoro, aventi lo stesso livello di ampiezza, ma senza la periodicità nel tempo. (Wikipedia). Il rumore bianco concilia il sonno e sembra efficace per debellare l’inquinamento acustico cittadino

La nostra domanda si pone però sulla qualità e la quantità sonora a cui ultimamente siamo abituati: traffico urbano, trilli di app e smartphone, per non parlare degli audio dei reel, dove se durante lo scroll non si mantiene il silenzioso, si è invasi da un mash up misto di musica e parole, in cui regna solo confusione.

E se invece di tutti questi rumori, quello bianco compreso, non imparassimo ad ascoltare il silenzio del momento e tutto ciò che lo abita? Oltre che un modo per rilassarsi, potrebbe essere utile per entrare in contatto con noi stessi, lontani da dispositivi di ogni tipo.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

La violenza come urgenza

I terribili fatti di cronaca che hanno coinvolto ragazzi e minori italiani degli ultimi mesi, sono stati sulla bocca di tutti, oltre che in giro per il web.

Immaginare dei tredicenni violare il corpo di un proprio coetaneo o coetanea è quasi impossibile da figurare; come lasciare che un bambino guidi un suv in autostrada, inimmaginabile. La realtà è che alcune di queste immagini, sgranate e a bassissima risoluzione, si trovano online come testimonianza di una cruda realtà: i ragazzini commettono reati perché li fruiscono, li sfidano e si sfidano. 

Tredici anni di Don Matteo non hanno fatto aumentare i preti in Italia (…)”, ha ironizzato con cognizione di causa Gennaro Pagano – ex cappellano di Nisida e coordinatore del Patto educativo di Napoli. Ma la sua ironia è solo un antefatto per raccontare come “l’esposizione alla violenza abbia ricadute imitative, che contribuiscono a dare un fascino a fenomeni di questo tipo”.

La violenza minorile esiste da tempo, oggi rafforzata dalla libertà di vederla ovunque giustificata: sugli smartphone, nelle serie televisive e infine per le strade. Quello che ci ha colpiti e su cui lo stesso Pagano insiste, è di prestare attenzione alla parola che affianca attitudini di questo tipo: la violenza minorile non è un’emergenza, ma è un’urgenza.

Quello che scongiuriamo è l’imposizione di attività restrittive come soluzione. Non è con la punizione che si limitano i danni, serve la prevenzione che riguarda l’educazione e l’assistenza concreta. E forse legare il nome di un decreto legge al luogo in cui è avvenuto un fatto di cronaca, non fa altro che spettacolarizzare maggiormente l’accaduto. A che pro?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Product owner

Lavora a stretto contatto con il Project Manager e non è una sua copia, anzi: non bisogna confonderli mai.

Se il Project Manager si concentra sulle esigenze del cliente e media tutti i suoi bisogni grazie all’operatività del team, il Product Owner dialoga con il team stesso e aiuta a realizzare il prodotto dall’inizio, all’interno di un progetto.

Guida e coordina il lavoro operativo nello sviluppo dei vari items, sa benissimo cosa sia un Product Backlog e lo segue dall’inizio alla fine, stilando un elenco di task da smarcare, in ordine di priorità, costantemente monitorate nel loro status. 

Usa principalmente termini inglesi, come “done”, “on hold”, “not started” e comunica solo e unicamente attraverso una “Product Vision” per raggiungere il “Product Goal”.

Segue il flusso di lavoro dello “Scrum”: un insieme di meet, tools e tecnici che lavorano insieme per finalizzare il prodotto.

Il Product Owner conosce ogni fase del suo lavoro, lo “scala” come un percorso a tappe, in cui sono le priorità a dettare legge. Sa definire benissimo le release ed è in grado di misurare i progressi e le reazioni degli utenti ad ogni rilascio, che monitora costantemente interfacciandosi con il suo team.

Gira nell’ambito degli sviluppatori di software, sebbene le sue skills possono essere applicate in diversi settori. Un genio dell’ordine e dell’organizzazione, insomma.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Camminare scalzi

Quest’estate almeno uno di noi lo ha fatto: camminare scalzo, in giro. Questo trend è conosciuto come “earthing” o “grounding” ed è del 2012 il libro omonimo firmato da uno dei suoi studiosi, Clinton Ober.

Avere un contatto diretto con il suolo aiuterebbe il nostro corpo a ricaricarsi: “le palme dei piedi sono un vero e proprio campo energetico fisico, alimentato continuamente dalle radiazioni solari. Con le suole delle nostre scarpe o il catrame e il cemento su cui abitualmente camminiamo, abbiamo interrotto il circuito elettrico che ci ricarica costantemente.” 

Riconnettersi alla Terra potrebbe essere un modo per migliorare l’equilibrio interiore, sentirsi vivi e più energici, ridurre preoccupazioni e ansia. Secondo un recente articolo uscito per ilpost.it, su TikTok i gli hashtag dei due termini inglesi hanno rispettivamente ottenuto 163 e 529 milioni di visualizzazioni.

L’estate agevola questa pratica, come se improvvisamente reputassimo l’asfalto pulito e non ci interessasse avere le piante dei piedi nerissime e dolenti.
Ma gli effetti benefici di cui si parla, sono poi realistici?
Purtroppo è noto che non ci siano prove sufficienti ad avvalorare la teoria di Ober e tagliarsi con pezzi di vetro o ricoprirsi di funghi è un possibile epilogo. Eppure.

Eppure la sensazione di libertà che alcuni di noi provano nel camminare scalzi supera i probabili effetti collaterali.
Ai bambini piccoli si fa fatica a mettere le scarpine già dai primi mesi, certo non le useranno per camminare, ma che bella sensazione è vederli scalzi e con i piedi – ancora – liberi?

Curiosi di avere un vostro parere.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Viola walk home

Esiste una community attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette, rivolta a tutti coloro che non si sentono sicuri e sicure per strada o quando rientrano in casa la sera. Si chiama VIOLA e nasce da un’associazione italiana dal nome “DonnexStrada”.

Viola offre un servizio di videochiamata, gestito tramite il profilo Instagram @violawalkhome, attivo anche su prenotazione: basta scrivere in DM lingua, città, data e ora in cui si richiede assistenza e una rete di volontari – attualmente 150 in tutta Europa – assicurerà la presenza di uno di loro in chiamata; 17 le lingue parlate e disponibili.

Particolare, no? Un servizio basato sulla sensazione di disagio che si prova nel percorrere un tragitto solitario, quello ipotetico di un post serata in cui si esce accompagnati, ma si prevede di rientrare soli.

Quello su cui abbiamo ragionato è il lavoro sulla prevenzione: viene stimolato il senso innato di ognuno di noi nel percepire un possibile timore, di qui la spinta a utilizzare l’applicazione per tempo. Assecondare questo sesto senso, può significare molto.

Viola è una start-up e nasce dal bisogno della psicologa Laura De Dilectis di combattere la violenza di genere nelle strade italiane e non solo. Oltre all’app si muove per mappare le città, indicando zone più o meno sicure, sensibilizzando gli esercenti di quartiere sul tema, per intessere una rete di protezione e consapevolezza.

“Miriamo a costruire insieme una società più sicura, più saggia e più forte per affrontare le varie e complesse questioni sulla violenza di genere. Sosteniamo tutte le persone e celebriamo tutti i generi.” (violawalkhome.com)

Cosa ne pensate?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Beach manager

Entertainment, sport, club worldwide e abbronzatura educata: ecco alcuni dei concetti che deve incarnare il Beach Manager. Il suo principale obiettivo è quello di creare e mantenere costante la soddisfazione e le expériences di ogni cliente, per farlo dovrà relazionarsi principalmente con il Food & Beverage Manager, il Bar Manager e il General Manager.

Di sua diretta competenza è invece la gestione del personale di beach club o luxury hall, per fare in modo che sia tutto sempre ottimale e impeccabile, come garantire l’assegnazione di gift mirati per clienti in house ed esterni.

Oltre alle relazioni interne del proprio team, deve attivarsi per creare momenti di intrattenimento e show con tutti, in ottica di hard-upselling senza indispettire gli ospiti, anzi.
Contemporaneamente svolge briefing impeccabili e giornalieri con tutto il personale, delegando mansioni di vario tipo per tenere sotto controllo l’andamento delle giornate (o delle serate).

Gestisce la turnazione del personale di sala e bar, crea con il Bar Manager un’offerta beverage moderna e allineata con i maggiori competitors, si occupa dei clienti VIP assicurando sempre la loro soddisfazione.

Il Beach Manager ama le persone e si sa relazionare con loro. Ha ottime competenze nell’assistenza clienti, grandi doti organizzative e spirito d’iniziativa con capacità decisionali.
Conosce l’inglese, il francese e lo spagnolo e ha poca familiarità con i momenti di relax personali, però sorride sempre.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Sotto il vestito niente

Vi ricordate quando a metà Luglio un giovane clochard diede sbadatamente fuoco a La Venere degli Stracci? Era stata installata – in dimensioni enormi – nella Piazza del Municipio di Napoli, pochi giorni prima dell’incendio.
Il caso ha fatto straparlare e se prima qualcuno poteva non conoscerla, ora tutti sanno chi è.

Il primo esemplare nasce nel 1967 da Michelangelo Pistoletto, nel nome di una piena Arte Povera in cui raccontare come la bellezza del classicismo possa essere presto affiancata dall’evidenza della vita, con tutte le sue ingiustizie, fragilità, scorie.

Copie di ogni tipo negli anni hanno invaso diverse circostanze artistiche, con dubbie capacità evocative. Ma perché stiamo parlando di questo rogo? Non è già stato detto abbastanza?

Il fuoco – nella sua distruzione – ha salvato l’impalcatura di ferro su cui poggiava la quantità di vestiti necessaria a simulare il mucchio. Questo gesto ha in qualche modo riscattato il significato con cui l’opera nasceva, certo qui ora Pistoletto non c’entra più.

Avete presente quando si dice che l’opera d’arte ha una vita propria, una volta che l’artista la mette a disposizione dei suoi fruitori? Ecco, finalmente un’installazione di arte pubblica, che si è servita di una gigantografia dell’arte povera, ha portato a termine il suo compito: confrontarsi con i cittadini in modo evidente, svelando simbolicamente quello su cui ultimamente vacilliamo.

Se sotto il vestito non c’è niente, potremmo tutti riflettere cosa muove veramente le nostre giornate. Di che materia è fatto il nostro futuro? Il nostro tempo libero e le nostre azioni quotidiane? Spunto per una riflessione estiva da passare sotto l’ombrellone, ma non per questo meno importante.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Ti velocizzo, tanto ti modifichi!

Quando ti capita di fare un errore o semplicemente di cambiare idea, si ha adesso la possibilità di modificare il messaggio inviato. Esatto proprio così, da qualche mese whatsapp ha migliorato ancora una volta le sue skills: possiamo tornare sui nostri errori, intervenire entro 15 minuti dall’invio e modificare il testo anziché eliminarlo completamente.

Abbiamo ragionato sull’evoluzione di questa chat e su quella che potrebbe essere la nostra progressiva dipendenza dalla necessità della “fretta relazionale”, la velocità nella comunicazione che accompagna le relazioni sociali e lavorative digitali nelle nostre vite. Andiamo con ordine:

  • 2019: possibilità di eliminare messaggi testuali
  • 2021: possibilità di velocizzare messaggi vocali
  • 2022: allungamento del tempo di cancellazione dei messaggi testuali (fino a due giorni dall’invio)
  • 2023: possibilità di modificare messaggi testuali

Che sta succedendo? Comunicando ora spesso tramite chat, e quindi di fatto nel silenzio della scrittura o decidendo quando essere in ascolto, siamo sempre più in grado di avere il controllo su quanto diciamo. Ma dov’è finita la spontaneità? La possibilità di sbagliare ed essere colti in flagrante?

Questo mondo ci vuole perfetti e ci mette nelle condizioni di una performance continua: pretendere sempre di più da noi stessi. E l’altro? Il secondo attore sociale (o social) della nostra relazione, che fine fa? Ragioniamoci.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Brand manager

Ama il suo lavoro e anche ciò che lo rappresenta. Conosce tutto di quello che lo compone: difetti, caratteristiche peculiari, potenzialità.

Lavora al fianco del reparto marketing e guida la definizione di un piano di comunicazione strategico di tutto ciò che gestisce: il brand. Ne identifica il corretto posizionamento e contribuisce ai processi di forecasting e budget, in collaborazione con le altre funzioni aziendali coinvolte.

Analizza i dati di vendita del prodotto di cui ha un collega ambassador, monitora i competitor e mercato relativi. Gestisce anche gli investimenti che gli vengono suggeriti dall’alto, ha ovviamente un proprio parere che a seconda dei casi, può condividere direttamente e perseguire.

Collabora con il team commerciale per le presentazioni ai clienti, viaggia spesso perché preferisce affiancare i suoi colleghi, anche se riconosce la praticità dei meet.

Ha grandi doti comunicative (come tutti ormai devono avere, bisogna saperlo), quindi anche di scrittura e briefing. Parla correttamente l’italiano e fluentemente l’inglese. Dovrebbe imparare anche altre lingue, ma avrà del margine in merito.

Anche tu sei pronto per essere un brand manager?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Fe-meal e le questioni di genere

Fiocco azzurro o rosa? Giocattolo per bambino o bambina? Happy meal per maschietti o femminucce?

“Durante l’inserimento al nido ho osservato bambini, di entrambi i sessi, giocare con le bambole sotto lo sguardo sereno delle educatrici. È quello che Maria Montessori chiama il gioco simbolico. Il bambino riproduce ciò che vede intorno a sé, dà le cure che riceve: cambia pannolini, prepara da mangiare, spinge carrozzine. Montessori lo considera un passaggio fondamentale per una crescita sana, perché aiuta i bambini a sviluppare l’empatia e la conoscenza di ciò che li circonda, li responsabilizza e li fa sentire capaci.” Lorenza Gentile su un recente articolo uscito per ilpost.it.

Queste parole ci fanno riflettere su quanto oggi ci si soffermi molto di più a guardare con cosa gioca un bambino o una bambina. La “promiscuità ludica” (ci piace chiamarla così) è sotto occhi silenziosi di vicini di casa indiscreti o conservatori, per il timore che evidenzi una tendenza di genere piuttosto che un’altra: tuo figlio si comporta come una bambina, tua figlia si comporta come un maschiaccio. Non è passato molto tempo dal 1980, anno in cui due ragazzi siciliani che si amavano persero la vita proprio per questo motivo – derisi dalla cittadinanza e ripudiati dalla famiglia. Giuseppe Fiorello ci ha fatto un film: Stranizzi D’amuri.

Ma poi, queste indiscrezioni, questi giudizi, a cosa portano se non a etichettare una volta di più la libertà di essere come si è?
“Crescere un* figli* oggi implica larghe riflessioni e prese di posizione contro il luogo comune. Perché certe credenze sono incagliate in modo così profondo nella nostra psiche collettiva, che rimuoverle è più difficile di quanto si creda.”, prosegue Lorenza Gentile e noi non possiamo che essere d’accordo con lei. Maschio o femmina non è sinonimo di forza di carattere o sensibilità d’animo; l’uno non esclude l’altra.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

IA e le regolamentazioni

Dal 14 giugno 2023 il Parlamento Europeo sta lavorando all’Artificial Intelligence Act, il progetto di normativa sull’intelligenza artificiale, proposto dalla Commissione europea già nell’aprile del 2021. Ma cosa prevede?
Andiamo per punti.

A essere regolamentati saranno tutti quei sistemi di IA utilizzati in modo “intrusivo e discriminatorio” e che potrebbero danneggiare i diritti primari dei cittadini: salute e sicurezza. La Commissione e il Parlamento insieme hanno stilato una lista di sistemi ad alto e basso rischio.
Tra quelli ad alto rischio ci sono i sistemi utilizzati nelle infrastrutture critiche e tecniche (reti elettriche, ospedali, valutazioni di credito, ecc..); quelli che potrebbero ripercuotersi in modo negativo sull’ambiente; i sistemi di categorizzazione biometrica; quelli di polizia predittiva (basati su profilazione, posizione o precedenti penali), o sistemi di riconoscimento delle emozioni nelle forze dell’ordine, alle frontiere, sul posto di lavoro e nelle scuole. A basso rischio invece sono considerate “quelle applicazioni dell’IA utilizzate per la traduzione, il riconoscimento delle immagini o le previsioni meteorologiche”.

Grazie a queste regolamentazioni, è anche più chiaro distinguere due tipi di IA, quella “generativa” e quella dei “modelli base”. La prima è rivolta a “terzi” e può essere usata da tutti. La seconda invece lavora dietro le quinte: raccoglie dati ed elabora i vari modelli, appunto.

Esiste una regolamentazione anche per la prima: la richiesta di trasparenza. “Le aziende che sviluppano IA generative dovranno fare in modo che nel risultato finale sia reso esplicito che il contenuto è stato generato dall’IA (…), dovranno garantire salvaguardie contro la generazione di contenuti illegali e dovranno rendere pubbliche delle sintesi dettagliate dei dati coperti da copyright utilizzati per allenare l’algoritmo.”

Ma cosa ne pensa l’Intelligenza Artificiale? Possiamo sentirci in qualche modo più tranquilli?

*fonte: affarinternazionali.it

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

PR manager

Relazioni, motivazione, successo; un solo plurale per due singolari imprescindibili: il PR Manager lavora sodo, con estrema convinzione di quello che fa, per sé stesso e per gli altri. Inevitabilmente mira al successo e sicuramente lo otterrà.

A livello pratico si muove in sinergia con la divisione management, forte del suo interesse per l’influencer marketing e di una laurea specialistica nelle nuove comunicazioni.
Molto prima di tutto questo però, vanta un’esperienza come PR in agenzie di medie dimensioni, non per forza digital.

Ha forti competenze organizzative, proattività e capacità di gestire e tenere sotto controllo il mercato. Naturalmente ha una spiccata creatività innata, che gli permette di ideare e gestire (o implementare) attività strategiche sui social media. Sa cosa vuol dire “lead” nell’ambito del digital marketing e farà di tutto per mantenere attiva e alta la sua ricerca in merito.

Plus: mangia molte vitamine, fa jogging tre volte a settimana la mattina presto e ama presenziare (senza bere in eccesso) a tutti gli aperitivi possibili.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Carne sintetica sì o no?

Come la prendereste se a tavola vi servissero un piatto di carne sintetica? Il termine crea un cortocircuito interessante e la primissima percezione è quella di credere di mangiare plastica. In realtà questo nuovo tipo di carne è tutto fuorché plastica, anche se il Consiglio dei Ministri ne ha interrotto la produzione di recente.

Prodotta da cellule animali che vengono nutrite e allevate in laboratorio, la carne sintetica coltiva le cellule in vitro oppure dentro dei bioreattori. Si tratta a tutti gli effetti di “carne coltivata” in modo minuzioso e preciso. Quello che si ottiene è dunque un prodotto di origine animale, da cui preparare i tagli di carne, appunto.

Esiste anche la carne stampata, sì. Già nel 2021 nasceva Novameat, una startup italiana con sede a Barcellona che lavora per riprodurre in 3D le fibre e il gusto di bistecche di manzo o maiale, utilizzando proteine vegetali e cellule adipose. Al momento però la commercializzazione di questi tipi di prodotti è possibile solo a Singapore e negli USA.

Quello su cui ci siamo incuriositi è distinguere i pro e i contro di una coltivazione artificiale. Secondo la professoressa finlandese Hanna Tuomisto dell’ Università di Helsinki, quello di cui si parla poco è la gestione dei terreni da pascolo finora coltivati e dedicati all’allevamento intensivo che si intende combattere: “Se i pascoli permanenti fossero convertiti in colture agricole intensive, l’impatto netto sui cambiamenti climatici sarebbe persino negativo. I pascoli permanenti catturano grandi quantità di carbonio nel suolo e la loro conversione rilascerebbe altrettante quantità in atmosfera. Un loro uso alternativo sarebbe la conversione in foreste o vegetazione nativa. In quei casi la conversione aumenterebbe la cattura di carbonio nel suolo e nella vegetazione e porterebbe benefici ambientali persino maggiori”. (focus.it, 30 Marzo 2023)

La verità è una: ogni azione ha una sua conseguenza, è l’attenzione alle dinamiche che deve essere tenuta sotto controllo. Voi che ne pensate?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Letture nel freezer

“Per il recupero del materiale cartaceo in condizioni di forte bagnatura si può agire in due modi. Una soluzione, che fu usata dopo l’alluvione del 1966 a Firenze, consiste nell’asciugare i documenti cospargendoli di segatura addizionata con un fungicida, quindi interfogliarli con carta assorbente da cambiare più volte, infine asciugarli con essiccatoi in ventilazione di aria calda o fredda (…).
La seconda procedura, più moderna e ormai testata in più occasioni, consiste nel surgelare i documenti ed estrarre l’umidità tramite liofilizzatori: si ottengono così pezzi perfettamente asciutti dai quali le tracce di fango possono poi essere eliminate con semplice spazzolatura. (…)

Questo è un estratto di una lettera del Dicembre 1966, inviata dalla Soprintendenza Archivistica agli enti che detenevano gli archivi vigilati toscani, in relazione alla grande alluvione di Firenze dello stesso anno. Fu l’Arno a straripare.

Nel 2011 tocca alla città di Aulla e ai volumi del XV-XVII secolo dell’Archivio storico: è il fiume Magra a tracimare, con l’alluvione che colpì parte della Lunigiana e anche in questo caso si ricorse al congelamento. Quattro celle frigorifere della Bofrost e della Mercafir per blocchi di ghiaccio da oltre 7 chili e quasi 300 libri.

Maggio 2023, l’alluvione arriva in Romagna, toccando città come Faenza, Forlì e Cesena.
A Forlì l’acqua e il fango invadono l’archivio comunale in zona Cava e il seminterrato del seminario diocesano, a San Benedetto. L’acqua raggiunge testi preziosi, alcuni risalenti anche al 1500 e la surgelazione torna a essere l’unico modo per salvarli. La Orogel mette a disposizione i suoi congelatori e moltissimi volontari si offrono per portarli nella loro sede di Cesena.

Congelare un libro per salvarlo: ci avreste mai pensato?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Media advisor

Vi ricordate il redattore o la redattrice degli uffici stampa? Il Media Advisor (o Media Officer, se è Senior è sempre meglio) è praticamente la sua versione 4.0.

Sostiene lo sviluppo della strategia media e lavora a stretto contatto con l’Head of Media. Gestisce le relazioni digitali e di interesse mediatico. Ha praticamente le email di tutti quelli che contano e sa a chi mandarle. Monitora le tematiche dei progetti attivi e crea connessioni di comunicazioni cross mediatiche. Si mette in contatto con le redazioni di varie testate, pagine, blog, influencer e talent e aggiorna costantemente il suo portfolio di indirizzi e-mail.

Ha forti doti di scrittura, soprattutto stringata e di rapida consultazione: scrive comunicati stampa, press kit, schede progetto, direct mirati e messaggi per inviti whatsapp; varie ed eventuali.

Organizza interviste con relativi brief, quindi le sbobina e le lancia sui canali necessari e pattuiti. Quando gli capita di sostituire il Capo Ufficio Stampa è abile e sa come farlo; sa cosa e quanto dire.

Quando gli altri sono in crisi, deve saper misurare e valutare i risultati mediatici che hanno creato l’impasse in pochissimo tempo, quindi supportare il team e alleggerire il carico. Sì, si chiama: avere spiccate doti di problem solving.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Oltre l’emoji ❤️

Nel cercare spunti per le nostre rubriche, ci siamo imbattuti su un hashtag con meno di diecimila citazioni: #lavoraredacasa❤️.

La maggior parte dei contenuti visualizzati nel feed ritraggono donne con occhiali in spazi domestici, davanti al pc o con bambini in braccio. Ad alternare queste foto, diverse infografiche con lettering riferiti alla ricerca della felicità o alla quantità di stress quotidiano. E gli uomini?

Queste immagini ci hanno fatto riflettere, non tanto sulla condizione di smart working di cui abbiamo spesso parlato, quanto sulla percezione del lavorare e sul lavoro in generale: durante la pandemia e anche subito dopo, molte testate riportavano il conseguente calo dell’occupazione femminile. Basta dare un’occhiata al sito dell’Istat che già nel 2019 segnava dati poco rassicuranti su tutta l’Unione Europea: il 30% delle donne occupate lavorava part-time, contro il l’ 8% degli uomini; il tasso di disoccupazione era al 7% per le donne e al 6,4% per gli uomini, senza contare le posizioni manageriali ricoperte solo per un terzo da donne.
La situazione non migliora negli anni, anche se la presenza femminile in contesti di leadership sembra aumentare poco alla volta, così come la maggiore assunzione del genere nelle aziende. Tuttavia, secondo il Gender Policies Report 2022, la pubblicazione dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) che ogni anno monitora le differenze di genere nel mondo del lavoro, i numeri non sono rassicuranti.
“Le statistiche evidenziano che il divario uomo-donna resta immutato nel tempo e sempre sbilanciato sulla componente maschile, perché la partecipazione femminile è ancora oggi ostaggio di criticità strutturali: occupazione ridotta, prevalentemente precaria, part time e in settori a bassa remuneratività o poco strategici. Dunque, la situazione femminile, pur migliorata in termini assoluti, peggiora in termini relativi.” (Vito de Ceglia, repubblica.it – Febbraio 2023).

Nulla di nuovo insomma. Perché allora fare un post sull’oramai risaputa poco stabile condizione lavorativa femminile italiana? Torniamo al punto di partenza: #lavoraredacasa❤️.
Perché un cuore alla fine? Cosa si nasconde dietro la possibilità di lavorare da casa, seguita da un’emoji che simboleggia amore? Il potere dei social di nascondere timori, frustrazioni e problematiche sociali condivise è reale, stiamo attenti e quando possiamo, andiamo oltre.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Vedremo anche se non vediamo

“Cosa vede chi non vede? Cosa vedono i ciechi e gli ipovedenti? Tantissime cose, perché la cecità, a differenza di quanto comunemente si creda, non impedisce di guardare – osservare, scrutare, analizzare – la realtà: innanzitutto quella del proprio corpo e della propria mente, ma anche quella degli altri”, scrive Luigi Manconi nella prefazione del libro “Vedremo”, uscito un mese fa per le edizioni Pendragon.

Quattro giovani autori ipovedenti e non vedenti in quattro racconti diversi condividono la propria giornata: Eva Bani, Andrea Barra, Paolo Carrieri e Maria Lucia Parisi non hanno filtri, descrivono le proprie esperienze fisiche con la libertà di chi vive in modo diverso il proprio corpo, in mancanza del senso della vista.
Lo spazio è un contesto necessario, dove tutto ha un confine noto, di cui si ha avuto esperienza e di cui non si può fare a meno. “La vista non è un video, ma la percezione di un insieme di elementi che nel buio trasmette il senso di una vita”. Si tratta di parole profonde e di un argomento delicato quello che troviamo in queste pagine.

Ma abbiamo deciso di raccontarlo perché ci ha fatto riflettere sul modo di vivere il lavoro: molti di noi sono al computer dalla mattina alla sera, con gli occhi fissi su uno schermo. Senza vedere cosa scriviamo non potremmo fare nulla. In questo contesto effettivamente non c’è percezione dello spazio intorno a noi: potremmo lavorare ovunque senza renderci conto di cosa ci circonda. Anche noi quindi, in modo totalmente opposto, siamo estranei a qualcosa, focalizzando tutte le energie su una sola parte sensoriale a discapito di un’altra. Condividiamo dunque la considerazione senza discriminazioni: chi è normalmente dotato di tutti i suoi sensi, spesso non li sfrutta al pieno delle sue possibilità. Non credete?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Community manager

Parla almeno due lingue ed entrambe a un livello materno imprescindibile: l’italiano e l’inglese. Poi il francese, lo spagnolo, il tedesco e il polacco se le conosce è tutto di guadagnato. Ha una dimestichezza invidiabile sui social media più popolari e ha maturato negli anni una forte capacità di comunicazione scritta. Sa coinvolgere gli utenti in modo positivo e concreto, formula CTA pazzesche a cui nessuno sa resistere e nello stesso tempo ha grandi doti gestionali della sua esperienza pregressa: legge, ascolta e interagisce con le diverse comunità digitali di tutti i suoi clienti, contemporaneamente. Di solito frequenta corsi di marketing management per stare sempre sul pezzo e ha una chiara consapevolezza delle proprie doti di apprendimento, la cosiddetta “voracità contenutistica”. Non si agita mai quando è oberato di lavoro (praticamente sempre) e ha un maniacale autocontrollo nei momenti peggiori della sua giornata.

Tutti noi vorremmo diventare un community manager, almeno una volta al mese.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Dormito bene?

Dormire bene è necessario e affatto scontato, nonostante l’alternanza dal giorno alla notte a cui il nostro organismo è abituato (o dovrebbe essere).

Sappiamo bene che durante le ore diurne è consigliato trascorrere una vita regolare, con un’alimentazione sana e un’attività sportiva costante; quindi di notte è utile riposare, senza pensarci troppo. Tuttavia la nostra società non ci permette di assecondare la ritmicità biologica consigliata: molte attività che svolgiamo di giorno sono rese possibili da ore di lavoro notturne. Come difenderci? Esiste un libro molto interessante, si chiama “L’arte di dormire bene” di Russell Foster edito da Aboca, che raccoglie consigli utili su come migliorare le nostre ore di sonno.

Ad esempio Foster suggerisce di andare a letto un’ora prima rispetto all’orologio circadiano, per godere di quanta più luce naturale possibile; mantenerci in forma con una costante attività sportiva svolta nelle ore mattutine, sembra aiuti a regolarizzare i nostri ritmi. In ultimo suggerisce di rispettare il buio: vi capita mai di andare a letto e continuare a utilizzare il telefono? Non ci fa bene sottoporci alla luce del display prima di dormire, iniziamo da qui?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Chattare tra i banchi

Sì, anche noi abbiamo usato Chat GPT. No, questo testo è scritto “a mano” e non è frutto di una collaborazione mista, anche perché in questi giorni a tutti gli utenti italiani è stato disabilitato l’accesso su richiesta del Garante per la protezione dei dati personali.

Abbiamo conosciuto le potenzialità di GPT e riteniamo che conversare con lei sia stato uno stimolo utile nello sviluppo di un testo, scolastico o lavorativo, nonostante pareri avversi. Da quando esiste, Chat GPT sta facendo parlare di lei in diversi settori e diversi sono i pareri in merito; noi abbiamo deciso di avere un atteggiamento pro-attivo e siamo curiosi di vedere come questa intelligenza artificiale si evolverà, soprattutto dal lato educativo.

Vi ricordate il caos e le polemiche con l’arrivo dei motori di ricerca? La libertà di accesso a informazioni più disparate aveva allarmato ancora una volta le scuole, minando la capacità di autonomia nel fare i compiti dei ragazzi e la responsabilità di ognuno nel reperire informazioni. Quello che abbiamo capito è che non possiamo dare uno stop alla tecnologia, ma possiamo invece evolvere insieme a lei: usare con consapevolezza le diverse referenze che ci dà, ci permette di conoscere nuovi livelli di comunicazione e di organizzare al meglio lavoro, studio e ricerche.

Voi che ne pensate? Se ci leggete, non fate i timidi e scrivete nei commenti.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Account director

Gestisce progetti di comunicazione di ampio respiro, generalmente di natura social e digital. Vanta esperienze con brand di rilievo e di cui conosce anche il piano ferie, con criticità annesse. Essenziale che sappia comunicare con i clienti, definire con loro un budget di partenza ed essere in grado di capire quando rimodularlo: forti doti di upselling.

Segue il team dei progetti in essere (risorse interne ed esterne, fornitori e partner) e ha anche una buona propensione per il Social Media Management, conosce la spinta marketing di alcuni content e sa come potrebbero risponderne i media. Conosce il mondo degli influencer e sa quali sono le agenzie strategiche di riferimento con cui attivare collaborazioni. Insomma, chi è che non vorrebbe essere un Account Director?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Quando il pop è pop

“Prendere sul serio la cultura pop non significa dedicarle sempre analisi strutturaliste fino allo spasimo (…), ma dosare gli sforzi in proporzione a quello che chiede il prodotto di cui si sta parlando.”

Riportiamo un estratto di Claudia Durastanti per la recensione del nuovo album di Caroline Polachek, cantautrice statunitense. Non ci soffermeremo nell’analisi della sua musica, ma sulle parole utilizzate nell’articolo e sul concetto che esprimono. Effettivamente in alcuni contesti “alti”, sembra che sia necessario ghettizzare la musica pop, o declassandola o ammirandola “fino allo spasimo”.

La musica pop nasce in Inghilterra e negli Usa a metà degli anni ‘50 e indica un genere di musica concepita e prodotta per il consumo popolare, urbano e di massa. Ha origini dal retaggio della civiltà agricola e pastorale e da essa eredita alcuni modi di fruizione, ma non quelli di produzione. La creatività della musica pop oggi viene influenzata dalle nuove forme di comunicazione e non più da spinte “autogene” (Treccani)

Parlare di musica pop in modo sofisticato è quasi un ossimoro: è come se non si volesse capire fino in fondo di che lingua siamo fatti. La sua comprensione in un contesto di comunicazione quotidiana è invece molto stimolante e soprattutto negli ultimi anni ci permette di capire, almeno in Italia, come comunicano i ragazzi e le ragazze.
Perché “t’immagini se fossimo al di là dei nostri limiti/Se stessimo di fianco alle abitudini/E avessimo più cura di quei lividi?/Saremmo certo più distanti, ma più simili/E avremmo dentro noi perenni brividi” (Ultimo, Alba, 2023)

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Spunti dal web

Cancel culture

“Matilda non può più leggere Kipling, come faceva nel testo originale (troppo colonialista), ma è costretta a cambiare gusti e optare per Jane Austen. Tutto sommato, non le è andata male ma dovrà dimenticare il suo primo amore letterario per essere «moderna» e «politicamente corretta» (…) Ne sa qualcosa anche Pippicalzelunghe, bacchettata sempre perché diseducativa, mentre al Piccolo Principe sarebbe il caso forse di affiancare una comprensiva figura genitoriale: non si gira infatti da soli per i cieli.”

Arianna Di Genova ironizza sul Manifesto rispetto alla censura dei manoscritti di Roald Dahl, scongiurata di recente, ma avanzata dalla casa editrice Puffin Books in accordo con la Roald Dahl Story Company, l’associazione degli eredi dell’autore. Entrambi i soggetti avrebbero revisionato alcune parti dei suoi libri per “correggere” termini reputati oggi offensivi. Si è tornato a parlare di “cancel culture”, un movimento nato negli Usa e nel Regno Unito volto a modificare o eliminare termini e frasi considerate politicamente scorrette o non inclusive.

Molti cartoni animati della Disney sono rientrati in questo concetto, così come di recente il personaggio di James Bond nei libri di Ian Fleming. Fenomeno degli anni duemila associato ai Black Lives Matter, quello della cancel culture è stimolato dalla tecnologia e dalle infinite possibilità che il web genera nei confronti della scrittura e della comunicazione, mettendo in discussione l’evoluzione della nostra società e il suo passato. Pensiamo che il solo atto di cancellare qualcosa equivalga a nasconderla. Non possiamo infatti cancellare la storia e nasconderla, vorrebbe dire non averne esperienza, di nessun tipo. Ad oggi la Puffin Books sembra abbia ritirato l’iniziativa, ma lo sgomento è sulla sola ipotesi di poterla mettere in atto. Cosa ne pensate?

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Mondo del lavoro

Head of content marketing

Responsabile della crescita di: community, fanbase, impressions e performances su tutte le piattaforme social media affidate.
È in grado di delineare tone of voice e linea editoriale dei canali che gestisce, quindi di organizzare il lavoro del team di creators a sua disposizione. Altrettanto importante è il coordinamento delle attività di Out of Home e PRaggio digital, per mantenere un approccio coerente e multicanale.

L’Head of Content Marketing sa benissimo cosa e dove spiare, ma lo fa sempre con astuzia e mai per plagio. Convive con due lati di sé: quello pratico e quello creativo, se da un lato conosce tutti i software di gestione social, dall’altro perde ore su Illustrator per disegnare la caricatura del suo CEO.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
  • Tempo libero

Great resignation

Anche se è una notizia di un mese fa esatto, le dimissioni della presidente neozelandese Jacinda Arden del 18 Gennaio tornano su giornali, podcast e web magazine.
Entrata in carica nell’estate del 2017, è stata la persona più giovane nella storia del paese e la quarta al mondo a ricoprire il ruolo di premier. “Avere un ruolo così privilegiato comporta responsabilità, tra cui quella di sapere in quale momento sei la persona giusta per stare al comando e anche in quale momento non lo sei. Ho dato tutta me stessa per essere primo ministro, ma mi è anche costato molto. Non posso e non devo fare questo lavoro se non ho il pieno di energie, oltre a un po’ di riserva per quelle sfide impreviste che inevitabilmente si presentano” (fonte: ilsole24ore.com).

Lasciando da parte le ripercussioni politiche nello specifico, quello che è accaduto è sinonimo di grande responsabilità e sincerità, ma in termini sociali porta avanti un fenomeno nato negli Stati Uniti già nel 2021 e che si è poi diffuso anche in Italia: la Great Resignation, la rassegna delle dimissioni e l’abbandono del posto di lavoro, in vista di una prospettiva migliore.

Alla fine del 2022 le dimissioni volontarie hanno toccato il 60% delle aziende secondo i dati pubblicati dall’Aidp, l’Associazione italiana direzione personale. Per lo più giovani tra i 26 e i 35 anni e per lo più nel Nord Italia. La stanchezza e lo stress, ma anche la ricerca di una stabilità economica al pari di quella emotiva in vista di una qualità della vita migliore, sta velocemente avanzando. Da qui una considerazione: quanto tempo della nostra vita dedichiamo al nostro lavoro, nell’arco di una giornata? Le famose otto ore sono davvero poi otto? E in quelle restanti, riusciamo a ricaricarci davvero?
Torniamo alle dichiarazioni della Arden: “Non posso e non devo fare questo lavoro se non ho il pieno di energie”. Potrebbe equivalere al “non posso avere un figlio, (o intraprendere una relazione sentimentale seria o prendermi cura dei miei genitori) se non ho il pieno delle energie”. Riflettiamoci.

Partecipa alla discussione su LinkedIn
Torna su