Dogman, in sala dal 12 ottobre 2023

Dentro una gabbia, alla fine di un lungo corridoio, nella stiva di un camion. Nel nuovo film di Luc Besson i cani arrivano ovunque.

Scena tratta dal film “Dogman” di Luc Besson, 2023

“I cani hanno un solo difetto, si fidano degli esseri umani”, dice Doug in una delle prime scene del film, interpretato da Caleb Landry Jones. I “suoi bambini” infatti sono animali inseparabili e fedeli, che per lui farebbero – e fanno – qualsiasi cosa, anche la più orrenda.

Ispirato a una storia vera, in cui un padre rinchiude il figlio nella gabbia dei cani, Dogman è un thriller che sta dalla parte del cattivo, un cattivo su una sedia a rotelle e un passato che non si augura a nessun bambino.

La trama è lineare, nessun picco emotivo né di suspance: l’infanzia fortemente traumatica di Douglas giustifica la sua storia, che il pubblico ripercorre attraverso flashback piuttosto lunghi: cresciuto nella gabbia con almeno una ventina di cani, viene abbandonato dalla madre e umiliato dal padre e dal fratello. Il resto è un crescendo di delusioni, che trovano nell’amore per i cani una rivincita malata.

Scena tratta dal film “Dogman” di Luc Besson, 2023

Senza nessun addestramento apparente, gli sguardi d’intesa tra Doug e i “suoi bambini” sono rapidi e definitivi: negli anni della loro convivenza questa complicità diventerà fondamentale per furti e omicidi. Ma davvero simpatizziamo con chi addestra cani per uccidere?

Le intenzioni di Doug sono sempre in nome di Dio e di una giustizia divina: lui non è davvero cattivo, un po’ come era stato per Joker, interpretato da Jaquin Phoenix nel 2019. Anche qui c’è in ballo una maschera e la necessità di estraniarsi da sé stessi per eccellere altrove e con altre vesti, basta che non siano le proprie. E dopo cosa resta? Dietro la maschera chi muove davvero la trama?

La sceneggiatura è semplice, non indaga a fondo nessuno dei temi che tocca e il carattere psicologico degli altri personaggi non viene approfondito abbastanza: non è spontaneo simpatizzare con la psichiatra che segue Doug, perché si sa davvero molto poco di lei, a parte che è triste come lui. Forse anche questo restare in superficie fa parte del piano narrativo di raccontare una società malata, corrotta e bigotta?

Nel dubbio concentratevi sulle labbra di Caleb Landry Jones e i suoi assoli queer, le questioni di genere in questo film sono solo un pretesto intelligente per parlare delle nostre maschere.

 

Voto da zero a dieci, cinque.

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