Quello che scriviamo in questa rubrica si lascia condizionare da due fattori: i comunicati stampa che riceviamo e quello che d’istinto andiamo a vedere.
Alla fine di luglio la Galleria Raffaella Cortese di Milano ci comunica che Simone Forti riposa in pace, dopo 91 anni di vita. Non potevamo far finta di nulla, alcune sue performance ce le portiamo dietro dalle strade di Roma, dove per L’Attico fa la sua prima comparsa in Europa alla fine degli anni sessanta.
Simone Forti, nata in una famiglia ebrea a Firenze nel 1935, ma scappata in America tre anni dopo prima che il nazifascismo si occupasse della propria scellerata pulizia etnica.
Artista, coreografa, ballerina e scrittrice, Forti si è dedicata all’esperienza del corpo, percependolo nei gesti comuni che riguardano la nostra quotidianità – camminare, raccogliere qualcosa. Ha interrogato quel corpo lasciandolo in preda allo spazio e per questo, in diverse tipologie di ostacolo. Ne ha raccontato le forme mutevoli, senza arrendersi al tempo che lo affronta e lo trasforma.

Simone Forti, Performance for 'Judson Now', 2012, Danspace Project, St. Mark's Church, NY. Photo: Ian Douglas
Attiva fino a qualche anno e Leone d’Oro alla Carriera della Biennale Danza 2023, Simone Forti cresce quando l’arte performativa prende piede, sono gli anni ‘60, in cui anche arte processuale e minimale si fanno spazio per segnare l’inizio della sperimentazione.
Il suo lavoro è considerato un precursore del Judson Dance Theater, un movimento americano che mobilitava le controculture per lasciar libera di parlare la danza, come la musica con il Rock’n Roll. Un atto anche politico e sociale, prima ancora che artistico. Un atto di libertà.
Il gesto, nell’arte di Forti, è il mezzo espressivo principale:
dà centralità al corpo ed è capace di connettersi con il mondo. Ma questo non avviene solo nelle sue performance, anche nei bozzetti e nei disegni: minimali, schietti.
Movimento qualitativo, studi sugli animali, ritualizzazione del flusso del moto: questi sono i concetti di Simone Forti, attitudini di ricerca dove trova spazio “il binomio libertà-prigionia, il confine tra soggetto e oggetto e l’analisi profonda del gesto condizionato dalla malattia”. (Andrea Rossetti per Raffaella Cortese)

Simone Forti, L’Attico, 1969. Photo: Claudio Abate. Courtesy Raffaella Cortese, Milan – Albisola and Simone Forti Art Trust
Le opere che lascia, le trasformazioni fisiche della sua ricerca, non riusciranno mai a raggiungere la dimensione volumetrica propria delle cose: continueranno a vibrare sulla superficie perché quello è il loro spazio, il moto naturale dei corpi.
