Secondo un articolo uscito sul Sole 24 Ore la scorsa estate, “gli omicidi commessi contro le donne hanno subito un calo dell’1,6% rispetto all’ultimo anno. Le vittime per mano di partner o di ex sono, però, aumentate del 15,1% e sono aumentate del 20% le donne di origine straniera uccise.”
Di fatto il numero di femminicidi in generale non sembra essere aumentato negli ultimi anni, ma la nostra percezione ci dice l’esatto opposto.
È perché se ne parla di più? No, è il modo in cui se ne parla. Non ci si ferma più davanti al fatto in sé: quando ci si trova davanti a un omicidio, è possibile leggere tutti i dettagli del caso. I fatti di cronaca hanno sempre fatto molto rumore, ma negli ultimi anni, in un mondo amplificato dai social media, tutto è più accessibile e tutto risuona più a lungo.
Quando si parla di vittime di violenza di genere però, si tende spesso a focalizzare l’attenzione su chi non c’è più, dimenticando narrativamente chi resta. Soprattutto se chi resta è minorenne: figli orfani, abbandonati a un destino che non hanno scelto né meritato.
La vera violenza, quella che vive e ancora respira, si esercita anche e parallelamente su di loro. Da questa riflessione nasce uno sguardo più ampio che ci porta fino al Sudafrica, dove la violenza di genere e gli omicidi legati alla sicurezza personale rappresentano un problema molto grave: migliaia di casi restano spesso impuniti per mancanza di prove.
Bohlale Mphahlele, una studentessa sedicenne della SJ van der Merwe Technical High School, ha infatti inventato l’Alerting Earpiece: un orecchino che nasconde una micro-camera e un dispositivo di geolocalizzazione.
“Il segreto dell’Alerting Earpiece sta tutto nella mimetizzazione: al suo interno sono nascosti componenti elettronici miniaturizzati che si attivano con una semplice pressione”. (skuola.net). Quando chi lo indossa si sente in pericolo, può premere un tasto invisibile che attiva le due azioni fondamentali: la cattura di un’immagine e la registrazione del luogo in cui si trova.
“L’SOS Geolocalizzato invia un messaggio di emergenza in tempo reale alla polizia e ai contatti fidati, condividendo le coordinate GPS esatte della vittima”.
Vincitrice della medaglia di bronzo all’Eskom Expo per Giovani Scienziati, Bohlale dimostra che la tecnologia non serve solo a falsare la realtà, ma può anche intervenire positivamente su un pericolo che esiste da anni. Il fatto che sia stata un’adolescente a inventarla, fa luce sull’urgenza – non solo mediatica – di occuparci di chi subisce la violenza e insieme ci fa capire una volta di più come sia importante custodire le giovani menti, oltre che proteggerle dall’inadeguatezza di adulti sempre più distratti e fuori dal tempo.
In un tempo in cui i numeri sembrano smentire quello che i media raccontano, la violenza ha preso il posto della realtà: storie come quella di Bohlale Mphahlele ricordano che il problema non è solo quanto se ne parla, ma cosa si sceglie di guardare.
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