L’educazione digitale passa per la politica pubblica.

Avete mai pensato a quanto la tecnologia digitale possa essere tecnocratica?

Il termine “tecnocrazia” deriva dal greco antico e unisce due parole: “abilità” (tekhne) e “potere” (kratos), il potere delle abilità.

Se il potere delle abilità – che ha come sinonimo il sostantivo “dominio” – si muove contemporaneamente con quello dell’evoluzione digital, possiamo affermare che ne siamo circondati. Vittime consenzienti del progresso, siamo insieme cavie e protagonisti attivi della sua rapida espansione.

Con “Il colpo di stato delle Big Tech”, il recente libro della giornalista Marietje Schaake, questo processo è allarmante. Grazie a un’intervista uscita su marieclaire.it, la politologa olandese sollecita la concorrenza europea rispetto ai big statunitensi, facendo notare che molte delle applicazioni digitali che aziende e cittadini usano tutti i giorni, prendono decisioni politiche e affatto etiche, lontane da una qualsiasi forma di democrazia comunitaria condivisa.

“Costruiscono infrastrutture, valutano rischi, vendono cybersecurity e a volte conducono persino operazioni offensive. Sono dunque attori geopolitici. L’esempio più noto è Elon Musk: in Ucraina ha deciso autonomamente dove attivare o disattivare Starlink. Inoltre, gli Stati Uniti dichiarano apertamente di voler mantenere la leadership globale nell’IA. Per questo l’Europa deve difendere i propri interessi e costruire una vera sovranità tecnologica.”

Sovranità che oggi non solo altera la pace internazionale, ma si nutre di dati utente di ogni livello e nazionalità. Cosa sta facendo l’Europa per cercare una propria indipendenza?

Nel 2020 nasce Gaia-X, un esempio concreto che guarda al cloud computing europeo mirando a un’autonomia digitale. La crescita del progetto è testimoniata da un summit annuale che si è tenuto per la prima volta nel 2021 e che proseguirà con la quinta edizione a Vienna il prossimo novembre.

L’obiettivo di Gaia-X è creare un ecosistema in cui i dati vengano condivisi e resi disponibili in sicurezza e senza interferenze. Dal sito leggiamo che si tratta di un sistema cloud decentralizzato, capace di collegare numerosi fornitori di servizi e utenti in un ambiente trasparente, “destinato a guidare l’economia dei dati europea del futuro”.

Lo scorso 6 aprile a Parigi si è tenuta una conferenza per aggiornare il mondo tech sugli avanzamenti di questa infrastruttura, in cui oltre agli sviluppi attuali, è emerso quanto sia indispensabile partecipare alla community per potenziare il suo operato.

Tra i nomi noti delle aziende che hanno aderito al progetto, compaiono Siemens, Bosch, Atos, Deutsche Telekom, Orange, OVHcloud e molte altre.

Più la community si allarga, maggiore sarà la disponibilità di piattaforme software che anche i singoli cittadini potranno supportare, scegliendo soluzioni europee piuttosto che statunitensi.

Per concludere con le parole di Marietje Schaake cercando di guardare oltre la didattica, “L’educazione è utile, ma non basta: (…) le scelte individuali – passare da WhatsApp a Signal, imporre limiti al tempo che i figli trascorrono davanti allo schermo, sostenere il buon giornalismo – sono positive, ma non tutti possono permettersele. La risposta vera è collettiva: serve politica pubblica forte.”

Parlare quindi di educazione digitale e metterla in pratica, magari partendo dal proprio comune di appartenenza.

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