Conosciamo Rothko per le sue campiture cromatiche di varie dimensioni e siamo abituati a collocarlo in un espressionismo astratto lontano dal figurativo.
Invece Mark comincia proprio con la figurazione il suo percorso artistico. Nasce e cresce in Russia fino a dieci anni, poi segue la famiglia negli Stati Uniti dove si avvicina alla pittura. Siamo nel secondo dopoguerra e la visione dei surrealisti lo conquista: sono della fine degli anni ‘30 opere che mai avremmo immaginato gli appartenessero, con figure oniriche tra l’umano e l’animale, da colori tenui e sbiaditi. Più avanti compaiono anche segni astratti, che ricordano il Kandisky più popolare.

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. © Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
La mostra a Palazzo Strozzi conta circa 70 lavori provenienti da varie collezioni, dove per la prima volta possiamo conoscere il pittore in tutta la sua espressione artistica. Un’importante spazio è dedicato anche al rapporto che Rothko ha con la città di Firenze: dal comunicato stampa apprendiamo che durante un viaggio in Italia insieme alla moglie Mell nel 1950, “l’artista rimane affascinato dalla pittura di Beato Angelico al Museo di San Marco e dall’architettura del Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. Entrambi gli artisti condividono il desiderio di evocare un senso di trascendenza, una dimensione al tempo stesso distante e profondamente familiare.”
Le sale poi ricalcano gli umori del pittore, visibili anche nei quadri esposti dove dopo la figurazione è subito chiaro come il colore possa parlare del suo animo.
Nel passaggio dalla prima alla seconda stanza infatti ci siamo accesi, come l’opera No. 3/No. 13 dal MoMa: quel rosso energico che incornicia il verde e poi il fucsia è presto riconoscibile, brucia come un incendio vivo e penetra negli sguardi più distratti. Da quel momento in poi il linguaggio del pittore sarà solo così: blocchi di colore che si esprimono in composizioni di due o tre forme rettangolari, con pennellate uniformi e regolari.
Il silenzio e lo spazio sono due costanti che dettano le regole del suo umore e indirizzano la scelta dei colori:
se infatti guardando Pollock sentiamo cadere l’olio sulla tela e percepiamo il gesto del suo corpo nell’opera, con Rothko respiriamo il suo umore in assoluto silenzio. Taciturno nella composizione ma irrequieto nel susseguirsi degli anni, Rothko dipinge con il suo animo, mettendo in mostra le proprie tensioni emotive: dubbi e certezze convivono.

Rothko a Firenze, exhibition views, Palazzo Strozzi, Museo di San Marco, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze, 2026. © Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
La sperimentazione cromatica è forte e graduale, spazia dall’ironia di verdi acidi fino alla disillusione di neri spenti, ma capaci di inglobare la consapevolezza del passare degli anni e della maturità. Chi di noi vuole crescere? Chi di noi vuole davvero invecchiare?
Questi sono gli interrogativi che ci poniamo alla fine del percorso e tornando indietro, raggiungiamo subito le prime opere dove ancora c’era un distacco tra il mondo reale e quello dell’immaginazione. Dove c’era posto per l’imprevedibilità della vita e la scorciatoia dell’arte.
Fino al 23 agosto 2026
Palazzo Strozzi, Firenze
