EXPLICIT

Vi sarà sicuramente capitato di leggere la parola “explicit”: su alcune serie e anche di fianco ai titoli di alcuni brani musicali. Quella parola segnala che ciò che stiamo fruendo contiene immagini o testi diretti, espliciti appunto.

Che siano sessuali, aggressivi o che usino un linguaggio violento, chi diffonde questi contenuti lo preannuncia, perché non esistono i garanti degli anni 80 e il perbenismo televisivo è rimasto chiuso dentro apparecchi obsoleti.

Sul web si guarda di tutto, le immagini violente ci passano sotto gli occhi al pari del makeup, non proviamo quasi neppure a distogliere lo sguardo, forse perché in alcuni casi non ce ne accorgiamo nemmeno. Certo, questo non vale per tutti. Ma secondo il filosofo Stefano Massini stiamo rivalutando la crudeltà perché è umana, è viva. E oggi di umano c’è rimasto molto poco: viviamo in un mondo virtuale.

Le guerre di cui siamo circondati si consumano secondo ordini virtuali; anche la responsabilità morale di commettere dei crimini è delegata alle macchine.

Perché preoccuparsi dunque di fruire di contenuti espliciti?

Il 3 dicembre 2026 Nidal Malik Hasan, autore della strage alla base militare di Fort Hood nel 2009 durante il conflitto in Afghanistan, verrà fucilato pubblicamente; la sua condanna sarà trasmessa in diretta streaming, perché “la gente deve vedere.”

La decisione è arrivata in questi giorni dal Dipartimento della Difesa Usa, dopo che il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva espresso la volontà di rendere pubblica l’esecuzione: “Le persone devono capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni” (ilfattoquatidiano.it)

Al di là del motivo della pena di morte, decidere di mostrare come si uccide una persona è qualcosa che rimanda alla Rivoluzione francese e alla ghigliottina, ai roghi delle donne “streghe” e dei ladroni, e infine ai riti divinatori con i sacrifici umani. Quanti anni sono passati? Vogliamo davvero vedere qualcuno che muore fucilato?

Scriviamo questa considerazione perché il mondo sta correndo troppo velocemente e in alcuni casi qualcosa ci sfugge di mano. Prendiamoci il tempo dell’indignazione, consideriamo come l’ONU una forma di tortura l’imposizione della diretta di una pena di morte – prima ancora della riammissione della pena di morte – e facciamo del nostro meglio affinché nessuno la segua.

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