Quando a parlare sono le organizzazioni giovanili

A febbraio nell’articolo “Il divieto non può essere la regola” abbiamo parlato di come l’opinione pubblica statunitense e quella europa abbiano per la prima volta portato in giudizio l’esistenza problematica dei social media e i movimenti poco chiari delle AI e dei suoi chatbot (vedi Grok e la generazione di false immagini a sfondo sessuale).

In questo spazio abbiamo deciso di condividere parte di un appello pubblicato su wired.it qualche settimana fa, scritto da diverse organizzazioni giovanili che dicono la loro in materia di social media, tra diritti, nuove normative e divieti di utilizzo che non risolvono il problema.

Approfittiamo della citazione anche per salutare l’edizione italiana del sito, perché cesserà la sua attività di giornalismo per poco rendimento, dopo diciassette anni di attività.

Ciao Wired.it!

“Le recenti sentenze in New Mexico e Los Angeles, che hanno stabilito che Google e Meta hanno intenzionalmente progettato piattaforme di social media capaci di creare dipendenza, rappresentano un momento storico. (…)

Ma queste piattaforme sono luoghi in cui impariamo, creiamo, ci organizziamo e prendiamo parte alla vita pubblica e democratica. I social media sono molto più che intrattenimento — soprattutto per i giovani appartenenti a comunità marginalizzate,(…) Sono ancore di salvezza, che offrono accesso a informazioni, comunità e supporto che altrove potrebbero non esistere. Il modo in cui le persone utilizzano questi spazi dipende dalla loro realtà offline — se si sentono al sicuro a casa, se dispongono di reti di supporto, se affrontano barriere linguistiche o subiscono discriminazioni. (…)

Gli approcci standardizzati, compresi i divieti generalizzati e le restrizioni indiscriminate, non tengono conto di queste differenze. Invece di proteggere gli utenti, tali misure rischiano di tagliare fuori proprio chi dipende maggiormente da questi spazi. (…)

Noi chiediamo un cambiamento universale e sistemico: ciò significa applicare rigorosamente il Regolamento sui servizi digitali e adottare un Digital Fairness Act senza compromessi, per proteggere tutti dai design sfruttatori, indipendentemente dall’età. (…)

Non costruite un mondo digitale per noi, costruitelo con noi, affinché diventi ciò che vogliamo ereditare.

Fonte: wired.it

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