Il mese di maggio si apre con la festa del lavoro, almeno dal 1886 ad oggi. La ricorrenza ha origini statunitensi, quando a Chicago scendevano in piazza per la riduzione dell’orario di lavoro: fino a otto ore minimo!
Già da allora si parlava di un orario che oggi chiameremo full time e che poi non lo è quasi mai, perché la parola full (pieno), non ha limiti di tempo. Quando un lavoro è pieno lo è in tutti i sensi: da 8 a 12 ore è un attimo.
In ogni caso quella piazza fu oggetto di scontri molto violenti e di indignazione mondiale. Qualche anno dopo Parigi, che viveva ancora della sua Rivoluzione, difese quel giorno in memoria delle rivendicazioni per tutelare i diritti delle persone: siamo nel 1889.
Mentre negli anni gli Stati Uniti hanno spostato la ricorrenza qualche mese più avanti, in Italia e anche in Europa questa giornata resta sempre molto sentita e non si è spostata da lì: il primo maggio di ogni mese.
Univa sindacati e svegliava lavoratrici e lavoratori, pronti a scendere in piazza per esserci, soprattutto intorno agli anni ‘90 dove alle manifestazioni venne legata la musica. L’idea fu di Maurizio Illuminato.
Illuminato propose ai sindacati CGIL, CISL e UIL di organizzare un evento per promuovere i loro temi tra un pubblico più giovane. L’idea era sfruttare il pretesto di un grande concerto per parlare di lavoro ai giovani, un pubblico che ai tempi i sindacati non riuscivano a intercettare. I diritti dei lavoratori, la legalità, le pensioni, l’integrazione e la giustizia sociale sono stati poi gli argomenti attorno ai quali viene costruito ogni anno il tema dell’evento. (ilpost.it)
In che modo? La musica diventa un grande collante, un modo per parlare di quello che non va. Il concertone e tanti altri concertoni, a partire dalla città di Roma, suonano dal primo pomeriggio e fino a tarda notte.
Ma cosa vuol dire oggi parlare di lavoro, rivendicare la dignità di cittadini e cittadine che si alzano e producono per guadagnare?
Secondo i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici, “la società occidentale contemporanea si è costruita su una promessa: che il lavoro dia senso alla vita (…)
Per la maggior parte della storia umana lavorare è stato una disgrazia, qualcosa che toccava agli schiavi, ai contadini, a chi era costretto a farlo. Poi è arrivato il protestantesimo, poi l’economia politica, poi la società industriale, e quella disgrazia si è trasformata in vocazione, in dovere, in identità.” (tlonletter – febbraio 2026)
Ma siamo sicuri che oggi la nostra identità si rispecchi nel nostro lavoro? Quanti di noi, quanti di voi, si sentono affini a quello che fanno?
Questo articolo non nasce per scoraggiare chi risponderebbe “io no”, ma semplicemente per illuminare il concetto di identità sociale: siamo essere umani, prima di essere lavoratori.
Buon mese del lavoro!
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