Ogni anno aumenta l’età sotto cui è necessario che ragazzi e ragazze smettano di utilizzare gli smartphone e i tablet in completa autonomia.
Se guardiamo a ritroso, Instagram ha integrato solo qualche anno fa tra le sue impostazioni uno spazio protetto che consente alle famiglie di controllare gli accessi dei propri figli, bloccando funzionalità e monitorandone altre. Fa sorridere – in modo ironico – che a un certo punto della storia dei social, la libera informazione e la sua reperibilità lo sia fin troppo.
A lanciare l’allarme sono stati i pediatri: “ogni ora passata davanti a uno schermo è un aumento di rischio fisico e mentale. Mezz’ora in più al giorno rispetto a 15 minuti di uso medio possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio nei bambini sotto i 2 anni, ogni ora aggiuntiva riduce il sonno di circa 15 minuti nei bambini tra 3 e 5 anni; oltre 50 minuti in più al giorno si associano a un maggior rischio di ipertensione pediatrica. E già tra i 3 e i 6 anni a quello di sovrappeso.” (salute.eu)
L’Australia ha tagliato corto: lo scorso 10 dicembre è entrata in vigore la prima legge al mondo che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli adolescenti al di sotto dei 16 anni e chi non si attiene alle regole può essere sanzionato fino a 30 milioni di euro.
Meta ha già rimosso 500mila account, perché la responsabilità non è più solo dell’utente e della famiglia: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, X, Snapchat, Reddit, Threads, Twitch e Kick hanno ricevuto delle linee guida da adottare, ma senza alcun obbligo di strumenti specifici.
Esistono infatti vari modi per certificare l’autenticità dell’età dichiarata al momento dell’iscrizione: “Meta utilizza Yoti, un sistema britannico già impiegato nel Regno Unito, in Francia e anche in Italia. Snapchat si affida a due sistemi: ConnectID, che verifica l’identità attraverso i dati bancari, e a K-ID, che combina la scansione di documenti d’identità con la scansione del volto.
In ogni caso la legge impone di evitare l’uso esclusivo del documento d’identità per la verifica, perché questo comporterebbe la raccolta e la conservazione di molti dati personali sensibili; l’obiettivo è limitare il più possibile le informazioni trattate, verificando solo ciò che è necessario, come l’età.” (wired.it)
Questo intervento drastico ci fa riflettere sulla pericolosità cognitiva degli strumenti con cui viviamo e comunichiamo ogni giorno anche noi adulti. Il divieto non è mai la soluzione, ma quale paura si nasconde dietro?
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