Lo sai che i papaveri sono alti, alti, AI.

L’Intelligenza Artificiale sta correndo alla velocità della luce. Ne siamo spaventati? Sì. Lo sbilanciamento del suo utilizzo e la capillare, incontenibile diffusione che attraversa tutti i settori delle professionalità ed emotività umana non si contano più.

Qualche giorno fa abbiamo visto cosa è successo durante Sanremo: “Il pubblico intona, accompagnato dall’orchestra, Papaveri e papere”, si leggeva nella scaletta. Che poi proseguiva così: “Durante l’inciso della canzone, l’IA trasforma il pubblico, diffondendo le immagini sul ledwall”.

Il pubblico e Conti hanno subìto in diretta una serie di metamorfosi surreali, diventando papere sempre diverse, o qualcosa di simile a delle papere umanoidi. Conti, poi, è stato trasformato anche in diversi esseri umani e in diverse versioni di sé stesso-papera. Insomma: non si è capito quasi niente di quel che stava succedendo (…)

Portare le intelligenze artificiali sul palco di uno degli eventi televisivi più seguiti in Italia era un’ottima idea. Farlo con un risultato discutibile, invece, è una cartina di tornasole di tutti i problemi che abbiamo con queste nuove tecnologie: una buona idea si è trasformata in un’occasione persa.” (Alberto Puliafito, Internazionale)

Cosa avremmo dovuto capire da questo filtro surreale e anche inquietante? Non vogliamo risposte di concetto, la nostra riflessione va oltre e raggiunge il modo: se la Rai ha giocato senza senso con uno strumento sempre più politico, una ricerca recente condotta dall’università della California Berkeley ci racconta quanto l’AI incida sulle ore di lavoro, aumentandole.

Sembra che su un campione di 200 dipendenti la maggior parte di loro si affidano ai prompt per porre domande che potrebbero fare ai loro colleghi, obbligando questi ultimi a correggere le informazioni ricevute e generate artificialmente.

Ma non solo. La possibilità di porre domande più disparate e sempre alla portata di smartphone, si intromette anche nelle pause pranzo o durante i meet più noiosi: essendo l’AI in grado di rispondere sempre e comunque, i dipendenti la usavano come “assistente” e “questo aveva richiesto continui cambi di attenzione e revisioni frequenti degli output, con un aumento netto del carico di lavoro cognitivo per ogni singola persona.” (ilpost.it)

Cosa accade invece con gli agent AI? Sistemi di software avanzati  capaci di “svolgere un ruolo specifico: ad esempio cercare informazioni, pubblicare contenuti, gestire un account o compiere operazioni economiche” al nostro posto. (musicbiz.rockol.it)

Sì, è vero abbiamo toccato diversi modi in cui l’Intelligenza Artificiale è entrata nella nostra società, ma resta valido il timore iniziale con cui abbiamo aperto l’articolo: se chi la utilizza non riesce a mettere dei limiti etici, di comunicazione e di amor proprio, finiremo tutti per essere governati da agenti invisibili che conosceranno le nostre password a memoria e finiranno per scegliere al posto nostro cosa potremmo cucinare per cena. E questo sarebbe il meno.

Lo scenario è attuale e in continua evoluzione, torneremo a parlarne, sperando di raccontare notizie migliori di queste.

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