A fine gennaio una ragazza californiana di 19 anni ha affermato di “essere diventata dipendente dalle piattaforme social, a causa del loro design studiato per catturare l’attenzione”. Sostiene che Meta, Tik Tok e YouTube abbiano alimentato la sua depressione e i suoi pensieri suicidi e chiede giustizia portando le aziende a processo, perché siano ritenute responsabili.
Nello stesso periodo, da un articolo su Internazionale, scopriamo che la Commissione Europea ha avviato un’inchiesta nei confronti di X a causa della diffusione di “false immagini di persone reali, denudate da Grok con il suo chatbot d’intelligenza artificiale. (…) L’obiettivo dell’inchiesta è verificare se X abbia violato le severe regole europee in materia digitale che impongono alle piattaforme di proteggere gli utenti dai contenuti illegali.
Secondo uno studio pubblicato dall’ong Center for countering digital hate, Grok ha generato circa tre milioni d’immagini a carattere sessuale di donne e minorenni in appena undici giorni, cioè una media di 190 al minuto.”
Viene invece pubblicata a inizio mese la notizia che in Spagna, sull’orma dell’Australia, sarà introdotta una legge che vieta l’utilizzo dei social ai minori di 16 anni, e non solo: “oltre all’introduzione dell’età minima, i gestori delle piattaforme diventerebbero legalmente responsabili della circolazione di contenuti illegali oppure dannosi.” (ilpost.it).
La Francia si accoda alla Spagna e sembra che anche Danimarca, Austria e Grecia siano dello stesso parere. E in Italia? In Italia si vacilla e si ascolta, si parla di Europa senza prendere nessuna posizione nazionale. Ma non è questo il punto.
Ragionando sugli ultimi divieti, ci siamo chiesti se siano utili o meno. Certo, punire chi fa circolare immagini false, senza curarsi dell’età o del temperamento di chi le fruisce, è giusto oltre che necessario. Ma vietare l’accesso ai dispositivi che contengono ogni tipo di immagine – non solo quelle false – perché non c’è un controllo alla base è controproducente.
Viviamo sempre di più in una società governata dal digitale in tutto e per tutto: non solo i social, ma le testate di magazine online che non hanno sede fisica, come anche le versioni digitali di quotidiani nazionali, di settimanali; le radio web o le piattaforme di streaming, regolano il modo in cui ci informiamo, comunichiamo, leggiamo. Non tutto è falso, depravato e adatto alla gogna governativa a favore del contenuto attendibile.
Il problema è alla base: non abbiamo bisogno di vietare ciò di cui non è più possibile fare a meno, ma educarne all’uso. Questa pratica andrebbe applicata anche agli adulti e non solo ai minori: i ragazzi e le ragazze della generazione Z, così come i loro successori, sono nati in un mondo in cui il digitale era già nello loro case, i suoni degli smartphone nelle loro culle, e i dialoghi con Siri all’ordine del giorno: “accendi il salone? Metti L’ombelico del mondo?”
Come possiamo di punto in bianco pensare di vietare parte di questa crescita? Non sarebbe meglio accompagnarla? Il dibattito come sapere resta aperto e a noi molto caro.
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