Da quando Meta ha introdotto la possibilità di sottoscrivere un abbonamento ai suoi servizi social, che permette l’esclusione della pubblicità dal feed, il proliferare di contenuti sponsorizzati da chi ne è privo è una costante.
Provate ad aprire una pagina Instagram dal nulla, poi seguite una manciata di amici. Nel vostro feed compariranno molte più inserzioni pubblicitarie che gli aggiornamenti dei profili seguiti. Certo, possiamo indicare se quello che vediamo ci piace o meno e sicuramente un contenuto sponsorizzato segue il nostro movimento online e ascolta le nostre abitudini: come potrebbe non essere in linea con quello che pensiamo?
Ma la verità è che non solo questo meccanismo rischia di mostrare all’utente solo ciò di cui potrebbe avere bisogno, senza lasciargli la curiosità di guardare altrove, ma confonde il piano comunicativo con quello commerciale. Non ci bastava già il marketing?
Con questo non stiamo demistificando le piattaforme social, ma comunicare informazione e vendere informazione sono due cose diverse.
Quando siamo online inconsciamente siamo bersaglio di prodotti di dubbia necessità e ogni volta che apriamo un social abbiamo la sensazione che la maggior parte di ciò che vediamo, leggiamo o ascoltiamo abbia un doppio fine. Lo racconta Federico Mello su VD news con il libro “Arretriamo nel futuro – breve guida alla merdificazione dei media (e come fermarla)”.
Mello traduce il titolo del saggio dello scrittore canadese Cory Doctorow “enshittification”; Doctorow spiega che è tutta colpa del monopolio, dissociandosi dal concetto di “capitalismo della sorveglianza” secondo cui le Big Tech si nutrono dei nostri dati per commercializzare qualsiasi cosa.
Per lo scrittore canadese alla radice delle azioni predatorie delle grandi piattaforme non ci sarebbe dunque un controllo mentale, bensì pratiche monopolistiche, combinate con la riduzione della qualità dei servizi per i miliardi di utenti che li usano. Un processo che vede le piattaforme digitali peggiorare gradualmente per diventare, alla fine, una schifezza. (guerredirete.it)
Tornando a Mello, nel suo libro crea un parallelismo tra Auditel e interazione social: ci porta indietro negli anni ‘80 e nella televisione commerciale, dove la nascita di canali privati introduceva la possibilità di promuovere prodotti in linea con le politiche editoriali della proprietà, senza fini educativi o informativi. L’ingresso dell’Auditel facilitava la distribuzione degli annunci, misurando il numero di ascolti rispetto alle abitudini degli italiani.
“Sui social accade lo stesso: like, visualizzazioni e condivisioni funzionano come un Auditel permanente”, afferma Mello.
Parallelamente però – e anche per fortuna – stanno nascendo in Italia sempre più magazine online che fanno informazione in modo autentico, citando fonti e lavorando su inchieste e reportage che difficilmente si trovano nel consumo social generalista.
Solitamente questi periodici digitali vivono con la sottoscrizione degli abbonati, non ospitano inserzioni pubblicitarie e promuovono un consumo consapevole dell’informazione. Pensate a lindipendente.online o a thevision.com. Basta scandalizzarsi se ci viene chiesto un contributo per leggere articoli online: fare informazione è un lavoro e in alcue parti del mondo, anche molto rischioso.
Le teorie di Mello e Doctorow ci permettono di ragionare e ci mettono in guardia, ma sono le nostre scelte ponderate e un consumo consapevole dei media a fare la differenza.
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