Il tempo della scrittura: ancora AI vs essere umano?

“Anche affidata alla macchina, la letteratura continuerà a essere un luogo privilegiato della coscienza umana […], l’opera continuerà a nascere, a essere giudicata, a essere distrutta o continuamente rinnovata al contatto dell’occhio che legge; ciò che sparirà sarà la figura dell’autore, questo personaggio a cui si continuano ad attribuire funzioni che non gli competono, l’autore come espositore della propria anima alla mostra permanente delle anime, l’autore come utente d’organi sensori e interpretativi più ricettivi della media, l’autore questo personaggio anacronistico, portatore di messaggi, direttore di coscienze, dicitore di conferenze alle società culturali”, Italo Calvino nel saggio “Cibernetica e fantasmi”.

Apriamo con questa citazione grazie al conflitto evergreen su AI contro umano, nel mare della creatività. In questo caso della letteratura. Alberto Puliafito per Internazionale utilizza questo estratto per raccontare quanto la battaglia contro le intelligenze artificiali generative sia ormai obsoleta: esistono, ce le hanno imposte ovunque e l’unico modo che abbiamo per non utilizzarle è smettere di usare qualsiasi applicazione, tool o prodotto tecnologico di ultima generazione. In poche parole evitare di crescere e guardare il futuro in faccia.

Ma cosa c’entra questo con la letteratura?

Nella generazione dei testi di qualsiasi tipo – pensiamo a questo che state leggendo – è ormai diventato impossibile notare la differenza fra penna umana e penna artificiale. Ma se pensiamo che la seconda l’abbiamo istruita noi e continuiamo ad avere rapporti vivaci nelle domande che gli poniamo, forse la risposta – come tutte le cose – è nel mezzo.

Per Calvino l’obiettivo finale era il lettore. Chi legge oggi è soddisfatto? Impara, scopre, si incuriosisce, senza fermarsi a chiedersi in che modo un testo sia stato prodotto?

Queste domande aprono il dibattito a un altro fattore cruciale nella composizioni di testi, che siano letterari o d’inchiesta: il tempo.

Di recente durante una puntata di “Tutta la città ne parla” su Rai Radio Tre, Giulio Gambino, direttore di “The post Internazionale”, ha ragionato su che cosa vuol dire scrivere oggi per fare informazione. La velocità con cui possiamo reperire dati, fonti, testimonianze è una ricchezza che, se mal gestita, diventa una trappola. E in questa dinamica l’intelligenza artificiale c’entra meno di quanto si pensi.

Saper costruire un articolo o un racconto che intercetti la curiosità del lettore, in un ecosistema saturo di contenuti, è un’arte simile a quella di chi campiona musica e lavora con i sample: un remix di spunti che possano essere da stimolo per menti curiose, capace di generare nuove risonanze. Farlo velocemente non è sempre sinonimo di qualità, ma guardandolo da un altro punto di vista, è il risultato di una pratica che si è evoluta insieme ai suoi strumenti.

Non sono sole le AI ad arricchirsi ed evolvere, ma lo facciamo anche noi. Accettarne la presenza significa imparare a dialogarci meglio, senza demonizzarle né delegare completamente. È un passaggio culturale, prima ancora che tecnologico.

Saremo quindi sempre co-autori? Chissà. In fin dei conti quando abbiamo dismesso i tomi della Treccani per chiedere a Wikipedia e poi a Google, in che modo ci siamo giudicati?

La questione resta aperta, a meno che invece di focalizzarci su autore o macchina, decidessimo di mettere al centro lo sguardo di chi legge.

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